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Coltiviamo più mele e meno mais

Tema trattato: Agricoltura


24/02/2012 - Proponiamo qui un articolo pubblicato su Harvard Business di Ellen Gustafson, cofondatrice della FEED Foundation, importante organizzazione americana per la sostenibilità dell'alimentazione

Un semplice cambiamento per farla finita con fame e obesità. Il moderno sistema alimentare sta fallendo. Negli ultimi trent’anni, l’incremento della lavorazione industriale degli alimenti, il disinvestimento dalle piccole e medie aziende agricole e la sovrapproduzione di derrate sovvenzionate come il granturco e la soia ci hanno lasciato con un’abbondanza di alimenti sbagliati. Non c’è da stupirci che ci troviamo alle prese con due epidemie gemelle: la fame (là dove il cibo scarseggia) e l’obesità (là dove il cibo viene sottoposto in larga misura a lavorazioni industriali e manca di elementi nutritivi).


Che cosa si può fare? Innanzitutto, dobbiamo smantellare sussidi che favoriscono la sovrapproduzione di granturco, soia, frumento e cotone, sostituendoli con incentivi che incoraggino un’agricoltura più sana e diversificata. Oggi soltanto il 10% delle merci acquistate nei supermercati americani è costituito da frutta e verdura: non c’è motivo di portare questa percentuale al 50% di qui al 2020, coerentemente con le raccomandazioni del dipartimento dell’Agricoltura.


Per arrivare a questo risultato sarà necessario anche trovare una via di mezzo tra i colossi dell’agroalimentare, efficienti e globali, ma che spesso producono alimenti scarsamente nutrienti, e l’agricoltura locale, delle piccole aziende agricole. Dobbiamo regionalizzare la produzione alimentare. I coltivatori locali possono unire le forze fra di loro per competere a livello regionale e le multinazionali devono inserire produttori regionali nelle loro supply chain.


Sono due trasformazioni già in corso. Negli Stati Uniti, un servizio online chiamato Local Orbit consente ai consumatori di ordinare cibo da più coltivatori e venditori alla volta. Nel frattempo, la Unilever ha in programma di inserire mezzo milione di piccoli coltivatori nella sua supply chain entro il 2020, una strategia intelligente che aiuta l’azienda a garantirsi un’approvvigionamento di materie prime variegato e sostenibile.mele


Cambiare la nostra alimentazione ci renderebbe più sani e ci consentirebbe di ridurre la spesa sanitaria. La regionalizzazione, inoltre, garantirebbe una maggiore sicurezza alimentare e ridurrebbe il coso, in termini di emissioni, legato al trasporto del cibo. Ma tutti questi argomenti non sembrano sufficienti a stimolare il cambiamento, perciò focalizziamoci su questo: ristrutturare il sistema alimentare stimolerebbe un solido sviluppo economico sia a livello locale che a livello regionale. La nostra dieta è legata a quello che coltiviamo, e così la nostra economia. Se cambiamo quello che mangiamo a cena, cambieremmo il mondo.


Ellen Gustafson


Fonte: Genitronsviluppo.com

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