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Il discorso di Carlo Petrini al Forum permanente Onu sulle questioni indigene

Tema trattato: Editoriali di Carlo Petrini


14/05/2012 - Titolo del panel: "Diritto al Cibo e popolazioni Indigene"

NEW YORK, 14 MAGGIO 2012 - Undicesima sessione


Per la prima volta nei dieci anni di storia del Forum interverrà un esponente della società civile non appartenente alle popolazioni indigene. Nei precedenti incontri, infatti, le relazioni sono state affidate arappresentanti delle popolazioni indigene, dei governi o a funzionari delle stesse Nazioni Unite. 


 


Sono onorato di essere qui con voi e di partecipare a questa discussione su “Diritto al Cibo e Popolazioni Indigene”; ringrazio la Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, dottoressa Mirna Cunningham, e tutti i partner indigeni per l’invito rivolto al movimento Slow Food.


Da venticinque anni il movimento internazionale Slow Food opera per la salvaguardia della biodiversità in campo agricolo e alimentare come strumento per garantire un futuro al nostro pianeta e all’umanità intera. La perdita progressiva della diversità di specie vegetali e razze animali può rappresentare, insieme al cambiamento climatico, il più grave flagello per gli anni a venire.


Occorre tuttavia precisare che difendere la biodiversità senza tutelare la diversità delle culture dei popoli e il loro diritto di governare sui propri territori è un’impresa insensata. Il diritto dei popoli ad avere il controllo della propria terra, a coltivare, a praticare la caccia e la pesca e la raccolta secondo le proprie esigenze e decisioni è un diritto inalienabile. Tale diversità è la più grande forza creatrice della Terra, è l’unica condizione per mantenere e trasmettere un patrimonio straordinario di conoscenze alle generazioni future.


Su questi principi Slow Food ha basato la propria esistenza e per mantenere questi principi ha realizzato una rete di comunità del cibo che si è propagata in oltre 170 Paesi del mondo. Questa rete si chiama Terra Madre, è nata nel 2004 e da allora ha trovato ascolto e consenso in migliaia di comunità di contadini, pescatori, pastori e artigiani in ogni angolo del pianeta. Terra Madre non è un partito e nemmeno un sindacato, è semplicemente una rete, un movimento di persone che, nel rispetto reciproco delle proprie diversità, cercano il dialogo, lo scambio culturale, la solidarietà. Il diritto al cibo sta al centro di tutto.


Il cibo, per essere condiviso, deve essere buono per il piacere di tutti; pulito perché non distrugge l’ambiente e le risorse della nostra Terra Madre; giusto perché rispetta i lavoratori della terra, dei mari, dei pascoli e delle foreste che, procurando il nostro sostentamento, garantiscono la vita della comunità terrestre.


Tutti i popoli devono avere accesso al cibo buono, pulito e giusto. Tutti i popoli devono avere cibo adeguato che provenga dalle proprie risorse naturali o dai mercati di loro scelta. Tutti i popoli, nel produrre il proprio cibo locale, hanno il diritto di mantenere le loro pratiche tradizionali e la propria cultura, tenendo in considerazione le proprie preferenze di gusto e le conoscenze alimentari.


Su questi principi e su queste basi molte comunità indigene di tutti i continenti hanno animato la rete di Terra Madre e hanno partecipato attivamente alle conferenze globali che dal 2004 si svolgono ogni due anni nella città di Torino in Italia. Nell’ultima conferenza del 2010, la cerimonia di apertura fu totalmente consacrata alle riflessioni delle comunità indigene espresse nelle loro lingue ancestrali.


Da allora molte iniziative si sono attivate grazie all’impegno dei popoli indigeni. Nel 2011 si è tenuta la prima edizione di “Terra Madre Indigenous People” a Jokmokk, nel nord della Svezia, terra delle popolazioni Sami. Il congresso ospitato e organizzato dai Sami ha visto la partecipazione di indigeni provenienti da 61 Paesi del mondo.


Il meeting è stato supportato dall’IFAD e dalla Christensen Foundation. Questi incontri sono importanti non solo per il valore dello scambio delle idee e delle buone pratiche, ma soprattutto, perché generano autostima tra le comunità partecipanti. Si avverte fortemente il senso di appartenere a una grande comunità di destino, di non essere soli nei propri territori, di avere un ruolo importante e costruttivo.


Questa consapevolezza è stata rafforzata ed esaltata nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, con la Dichiarazione dei Diritti delle Popolazioni Indigene, ha affermato con nitida chiarezza il contributo straordinario alla diversità e alla ricchezza della civiltà, del benessere e della pluralità di organizzazioni sociali che gli indigeni hanno saputo dare, e ha ribadito l’importanza della lotta contro la discriminazione che per oltre 500 anni ha prodotto razzismo, marginalizzazione ed esclusione.


Finalmente la comunità internazionale ha solennemente dichiarato che il rispetto delle diverse culture e il diritto di ogni comunità ad essere differente rafforza l’intero sistema dei diritti umani.


Slow Food non solo condivide questi principi ma ritiene che, in questo particolare momento storico caratterizzato da una crisi economica, ecologica e finanziaria, mettere a valore la diversità culturale del pianeta possa contribuire a innescare pratiche virtuose e sostenibili.


Il benessere umano passa attraverso il diritto universale a un cibo di qualità per tutti. Se è vero che una parte dell’umanità soffre di obesità e malattie determinate da iperalimentazione, è altrettanto vero che oltre un miliardo di viventi è malnutrito e la vergogna dei morti per fame non è ancora stata eliminata dalla comunità terrestre.


Obesità e fame sono i due volti di una stessa medaglia, sono il simbolo del fallimento di un sistema alimentare globale basato principalmente su una produzione industriale che dipende in massima parte dalle risorse energetiche fossili. Mai come in questo momento si avverte l'esigenza di cambiare alla radice questo sistema alimentare che distrugge l'ambiente e la dignità dei lavoratori dei campi e del cibo.


Saper guardare indietro alle nostre tradizioni e a sistemi alimentari più sostenibili non è stupida nostalgia. La reintroduzione di produzioni alimentari locali è la risposta per nutrire il pianeta, è l'attivazione della vera democrazia, la partecipazione di tutti per il bene comune.


Per troppo tempo la produzione del cibo ha voluto estromettere o limitare i saperi delle donne, degli anziani e degli indigeni, relegandoli al fondo della scala sociale. Con baldanza e protervia l'umanità ha coltivato un'idea di sviluppo e di progresso basata sulla convinzione che le risorse del pianeta fossero infinite e che il dominio dell'uomo sulla Natura non dovesse avere alcun limite. La marcia verso questa idea di progresso ha relegato le donne, gli anziani e le popolazioni indigene agli ultimi posti, sempre meno ascoltati.


La verità di questi tempi moderni si sta svelando in tutta la sua drammaticità; la “gloriosa marcia” del progresso è arrivata sull'orlo del baratro e la crisi è figlia dell'avidità e dell'ignoranza. Ma il monito della Natura è ben più grave della crisi finanziaria, esso ci chiama a riflettere su un destino tragico per l'esistenza stessa dell'umanità, se non si cambiano marcia e percorso. E se sull'orlo del baratro sarà giocoforza ritornare sui nostri passi, ecco allora che gli “ultimi” saranno quelli che indicheranno la strada giusta. Avremo bisogno della sensibilità delle donne e del loro pragmatismo, della saggezza degli anziani e della loro memoria, ci accorgeremo che i popoli indigeni hanno la chiave per un approccio più sostenibile al Diritto al cibo, perché da sempre praticano l'economia della natura.


Ma attenzione: dovrà essere evidente a tutti quanto male è stato procurato a questi soggetti nel nome del progresso e della supremazia del mercato. Quanti saperi, conoscenze e prodotti della Terra sono stati piratescamente derubati alle comunità indigene da multinazionali farmaceutiche e alimentari senza scrupoli. Prima di rimetterci in marcia occorre restituire il maltolto, occorre impedire qualsiasi logica di agricoltura industriale insostenibile nelle aree indigene.


Il mondo intero e la Comunità Internazionale, che qui ha sede, devono fermare il land grabbing in molte zone del pianeta, soprattutto in Africa. Questa pratica va contrastata perché sta calpestando il diritto al cibo e alla sussistenza di molte comunità indigene e di allevatori.


Tutti abbiamo bisogno di rispettare e valorizzare l'economia della Natura e della sussistenza, per troppo tempo considerata inferiore all'economia della finanza globale. Senza decolonizzare il pensiero non si va da nessuna parte, lo spirito deve essere liberato da qualsiasi idea di supremazia, dalla forza del denaro e dall'avidità.


Cresce nel mondo la consapevolezza che rafforzare l'economia locale, l'agricoltura locale e il rispetto delle piccole comunità sia una giusta pratica per riconciliarci con la Terra e la Natura. Mancanza d'acqua, perdita di fertilità dei suoli, erosione genetica di piante e animali, spreco di alimenti mai visto nella storia dell'umanità, sono problemi che, se si continua a produrre, a distribuire e a consumare il cibo con questo sistema alimentare, resteranno senza soluzione.


Le riflessioni della Storia e l'analisi della realtà ci dicono che molte buone pratiche e il sapere empirico tradizionale dei popoli indigeni meritano di essere studiati con attenzione. In campo agricolo la nuova disciplina dell'agroecologia altro non è che la capacità di riproporre in chiave moderna il dialogo tra i saperi tradizionali e la comunità scientifica. Non sarebbe onesto non riconoscere che i popoli indigeni hanno un approccio alla produzione del cibo che è storicamente sostenibile. Sanno mantenere la fertilità dei suoli utilizzando risorse e metodi naturali, rafforzando la resilienza delle colture e degli allevamenti.


Grazie alle conoscenze maturate nel corso delle generazioni, le comunità indigene hanno rafforzato i sistemi di conoscenza tradizionale garantendo pratiche di economia e sostentamento locali. Da sempre queste comunità sostengono i prodotti freschi e del territorio rispetto ai prodotti trasformati e importati. La politica di molti governi e agenzie di sviluppo di contrapporsi e minacciare le pratiche agricole dei popoli indigeni, come la rotazione delle coltivazioni e la pastorizia, è una politica miope e sbagliata.


Slow Food condivide la sfida di questo Forum Permanente delle Nazioni Unite nel difendere le pratiche indigene che in molte parti del mondo operano per il mantenimento della coltura itinerante. Tutte le collaborazioni internazionali che agiscono per l'autonomia e il rafforzamento delle diversità culturali, mantenendo uno spirito fraterno e lottando contro ogni forma di esclusione e di superiorità meritano il nostro incondizionato sostegno. In questo spirito abbiamo guardato con interesse al lavoro della Indigenous Partnership per l’agrobiodiversità, diretta da Phrang Roy, nel promuovere la sovranità alimentare e la valorizzazione del cibo locale realizzando il Festival del Cibo. I risultati sono molto incoraggianti e contribuiscono a rendere le scienze gastronomiche non un privilegio elitario di pochi ma un diritto di tutti senza alcuna discriminazione.


La collaborazione tra Slow Food e l’Indigenous Partnership porterà a organizzare nell’aprile 2014 la seconda edizione di Terra Madre Indigenous People che si terrà nel nord-est dell’India. Noi tutti speriamo vivamente che molti di voi possano partecipare a quest’evento unico nel suo genere.


Come avrete capito, nelle mie parole e nel mio spirito c’è il bisogno di condividere il valore della diversità e la coscienza che queste idee lentamente stanno sensibilizzando i popoli del mondo. Non è giusto appropriarsi dei beni comuni della Terra, è giunto il momento di ascoltare le parole dei Nativi Americani: “Insegna ai tuoi figli che la Terra è nostra madre, tutto ciò che accade alla Terra, accadrà ai figli della Terra. Se gli uomini sputano in terra, sputano su se stessi. Questo noi sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla Terra. La Terra vale più del denaro e durerà per sempre”.


Anche se in questo momento, in molte parti del mondo, gli arroganti prevalgono sugli umili; anche se le alte gerarchie del sapere e della politica non lasciano spazio ai contadini, ai pastori, ai pescatori e alla parte più sensibile di essi: le donne, gli anziani e gli indigeni; malgrado ciò siamo sempre più coscienti che riconciliarci con la Terra è l’unico modo per uscire dalla crisi. Le buone pratiche della lotta allo spreco, della condivisione e del dono, del ritorno alla Terra si realizzano con lentezza, senza frenesia e ansia. La Terra ci ricorda il valore del Tempo che sana le ferite; "c'è più tempo che vita e denaro" dicevano i nostri vecchi. Tutta l'umanità è in debito con i popoli indigeni che hanno saputo nella pratica quotidiana mantenere questi principi. Da sempre insegnate ai vostri figli che tutte le cose sono collegate tra loro e che prenderci cura di tutte le creature è il dono più grande che ci è stato fatto.


Questo insegnamento sia di stimolo e guida per il cambiamento, il dono di avermi accolto qui oggi in questa assise lo conserverò come uno dei beni più preziosi della mia esistenza.


Carlo Petrini, presidente Slow Food

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