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Un bianco ultracentenario nel cuore di Brescia


17/10/2007 - L’invernenga è il vitigno autoctono della zona e risale all’epoca romana

Alla base del colle Cidneo, altura fortificata nel centro storico di Brescia, sopravvive una frazione di area agricola. Si tratta del ronco Capretti, il più grande vigneto urbano, unica coltura di invernenga da cui si produce in purezza vino bianco.

Dopo anni di abbandono da parte dei proprietari, hanno ripreso a occuparsene Pierluigi Villa e Pierangelo Bonomi, agronomo uno ed enologo l’altro, che nel 1996 hanno affittato il fondo. Del vigneto – risalente a un’ottantina di anni fa con qualche ceppo centenario – hanno conservato il tradizionale impianto a pergola bresciano, con i tralci che corrono parallelamente al terreno, struttura di sostegno in pali di castagno e ancoraggio sui quattro lati.

«L’idea fondamentale – spiega Pierluigi Villa – è stata quella di salvare un patrimonio unico: il vigneto urbano, i vitigni autoctoni, le piante secolari e la forma di coltivazione originale. La quantità del raccolto è volutamente limitata da una forte selezione».

Il vitigno a bacca bianca è presente a Brescia fin dall’epoca romana, e nel Cinquecento l’agronomo bresciano Agostino Gallo descriveva una «uva duracina» che le assomigliava in tutto. Riconoscendolo monumento della biodiversità e testimone della cultura vitivinicola locale, la Condotta Slow Food di Brescia ha recentemente assegnato al vitigno il titolo di Patrimonio Storico della Cultura Agroalimentare e Ambientale.

L’invernenga è ottima per la vinificazione e dà il massimo con l’invecchiamento. Un bianco che si comporta quasi come un rosso: «Avremmo potuto fare un altro vino, ma volutamente vinifichiamo in acciaio e non in barrique, cercando l’espressione autentica di questo vitigno. Il Bianco Pusterla può non essere capito da un consumatore il cui gusto è modellato sullo Chardonnay, ma per noi non ha senso vinificare un vitigno autoctono come un vitigno internazionale. Questo vino costituisce un tutt’uno con il territorio, è un sapore costruito dalla storia e dalla tradizione consolidata in un luogo, che va fatta procedere, certo, a patto di non snaturarla, pena il perderne l’identità».

Fonte: Slowfood 29
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