L’allevamento e l’agricoltura accompagnano l’uomo da oltre 10.000 anni, ma negli ultimi 150 anni qualcosa è profondamente cambiato nel rapporto tra gli uomini, la terra e l’allevamento. L’approccio industriale, che ha trasformato l’allevamento in “ zootecnia” ovvero scienza dello sfruttamento delle produzioni animali, e l’allevatore in un “imprenditore agricolo”, ha trasferito a questo settore i principi industriali dell’economia di scala e la meccanizzazione.

Ha affrancato dai vincoli biologici gli agricoltori e gli allevatori: il pascolo all’aperto e l’erba sono stati soppiantati da mangimi a base di soia e mais, da consumare in stabulazione fissa, senza più legami con il trascorrere delle stagioni e la disponibilità di pascolo appropriato. Le razze locali, più resistenti ma meno produttive e bisognose di pascoli all’aria libera, sono state sostituite da incroci selezionati per massimizzare le produzioni di latte o di carne. Le razze a duplice e triplice attitudine sono state selezionate per un solo scopo produttivo riducendo drasticamente rusticità, adattabilità e resistenza. Le fattorie polivalenti, dove si allevavano più specie (polli, suini bovini), e dove si coltivava o raccoglieva il cibo per gli animali che restituivano in letame per la concimazione dei campi, sono state sostituite da stabilimenti specializzati nella produzione di carne o di latte. Giganti in cui sono allevati migliaia e migliaia di capi, altamente tecnicizzati e accuditi da pochi operatori (poche decine di operai). L’affollamento ha spinto gli allevatori a trattare preventivamente con antibiotici gli animali per contrastare l’inevitabile sviluppo di patologie. Le condizioni complessive di vita degli animali ne hanno risentito in modo pesantissimo: la vita degli animali è più breve, gli animali si ammalano di più, gli spazi a disposizione sono ristretti e soffocanti, la relazione con l’allevatore è stravolta e ridotta alla gestione di macchinari che svolgono buona parte delle funzioni un tempo prerogativa dell’allevatore, dalla mungitura all’alimentazione quotidiana.

La relazione dell’allevatore con i suoi animali, sviluppata nei millenni con la domesticazione, è stata stravolta. I bovini usati per secoli per lavorare la terra, fornire latte e, per lo più a fine carriera, carne per l’alimentazione dell’uomo, con il quale vivevano spesso fianco a fianco, sono diventati una risorsa da crescere in una decina di mesi a bassi costi, con l’obiettivo di finire sul mercato al prezzo più basso possibile. In questo modo si è rotto un legame solido che univa l’allevatore ai proprio animali e i bovini, i suini, i polli sono diventati uno degli elementi di un’impresa articolata e complessa che ha come fine il semplice profitto, la scienza zootecnica si è posta al servizio di questa visione sviluppato razze sempre più “spinte”, sempre più voraci e a rapido accrescimento.

Questa trasformazione ha influito in modo determinante sulle condizioni di benessere degli animali che sappiamo essere animali senzienti, cioè in grado di provare emozioni, sofferenza, stress. Le stesse condizioni in cui devono vivere gli animali da allevamento ora si ritorcono però contro il sistema, producendo nuove patologie trasmissibili all’uomo, gli antibiotici causano antibiotico-resistenze sempre più inquietanti e le deiezioni sono una fonte di inquinamento sempre più preoccupante anche per i suoi riflessi sugli equilibri climatici del pianeta. Da che cosa dobbiamo ripartire? Dobbiamo ridurre senz’altro le dimensioni degli allevamenti e quindi il consumo di carne, ma è necessario anche rivedere profondamente i modelli di allevamento.

Ma cosa significa concretamente benessere animale negli allevamenti?

Razze animali

Le condizioni di allevamento devono essere adatte alle caratteristiche della razza allevata: non ha senso allevare una frisona all’aperto in alta montagna, dove invece una grigio alpina può esprimere al meglio le proprie caratteristiche. Privilegiare le razze locali, che si sono adattate nel tempo al loro territorio, aiuta la conservazione della biodiversità e richiede necessariamente pratiche di allevamento più rispettose del benessere animale.

Alimentazione

I bovini, gli ovini, i caprini sono erbivori. I suini e gli avicoli mangiano comunque prevalentemente vegetali e scarti dell’alimentazione umana. Il pascolo all’aperto è sempre stato, a seconda delle latitudini e dei territori, fondamentale per l’approvvigionamento del loro cibo. Negli ultimi sessant’anni invece l’alimentazione negli allevamenti intensivi si è fondata essenzialmente sulla somministrazione di mangimi iperenergetici, composti da soia, mais, altri cereali ma anche da residui se non scarti di lavorazioni industriali, urea, insilati di mais, tamponanti, integratori. Un modo per ingrassare in breve tempo a bassi costi animali destinati a un mercato dove conta solo il prezzo.L’alimentazione invece, è un aspetto fondamentale del benessere animale, come per gli uomini deve essere di qualità, equilibrata in base a età, funzione, sviluppo corporeo e stato fisiologico. Deve essere fondata su foraggi freschi, fieni di prati polifiti (cioè con un alto numero di erbe diverse), eventuali integrazioni di cereali e leguminose di qualità, il più possibile di provenienza locale. Presupposto indispensabile per ottenere derivati (carne e latte) di qualità. Slow Food condanna qualsiasi forma di alimentazione forzata ed eccessivamente spinta.

Riproduzione

La fecondazione deve essere naturale. Mentre in alcuni casi può essere consentita l’inseminazione artificiale, quando non è possibile quella naturale, è sempre da vietare il trapianto di embrioni. La riproduzione deve avvenire in azienda (linea vacca-vitello) e lo svezzamento dei piccoli deve avvenire accanto alla madre (anche con l’impiego di vacche nutrici): è molto importante per la salute e la crescita corporea ottimale dell’animale.

Gestione dell’allevamento

L’allevamento deve prevedere per una buona parte dell’anno (a seconda dei territori e dei climi) aree esterne di pascolo provviste di riparo dalle intemperie, in grado di dare agli animali la possibilità di nutrirsi di foraggi freschi e di esprimere i comportamenti tipici delle varie specie (correre, saltare, razzolare, grufolare, giocare, riprodursi, socializzare.. ). Lo spazio a disposizione degli animali nei ricoveri deve essere ampio e adeguato alla razza di appartenenza. Gli animali non devono essere stabulati in modo continuativo a posta fissa, ma deve essere garantita loro la possibilità di muoversi liberamente all’aperto o nei box almeno per un periodo adeguato di tempo durante l’anno. La stalla deve essere illuminata a sufficienza con luce naturale e ben ventilata. Le lettiere devono essere sempre pulite e realizzate con la paglia o altri materiali comunque naturali.

Mutilazioni

Tutte le mutilazioni devono essere evitate. Si ammettono la decornazione, nel caso ci siano reali problemi di gestione della mandria, giustificando in maniera dettagliata i benefici che la decornazione e/o la cauterizzazione dell’abbozzo corneale porterà alla mandria e all’allevatore. Gli interventi dolorosi su animali sottostanno all’obbligo di anestesia e debbono essere eseguiti da tecnici competenti in materia. La cauterizzazione dell’abbozzo corneale è ammessa al di sotto delle tre settimane di vita, ed è consentita anche la castrazione nei primi giorni o nelle prime settimane, secondo le specie e solo se eseguita da personale autorizzato e previa anestesia locale.

Cure veterinarie

L’animale malato o ferito deve essere curato, sotto la supervisione di veterinari specializzati anche in Medicina non convenzionale (MnC), con prodotti utilizzati in MnC (fitoterapici, omeopatici, ecc.) da preferirsi rispetto ai medicamenti veterinari ottenuti da sintesi chimica. Possono essere utilizzati antibiotici ed antiparassitari solo se assolutamente necessari e mai come trattamenti preventivi o per stimolare la crescita. I tempi di sospensione devono essere doppi rispetto a quanto previsto dalle normative. È vietato l’impiego di sostanze destinate a stimolare la crescita o la produzione.

Trasporto e macellazione

Il macello deve essere il più possibile di piccole dimensioni (l’ideale è poter contare su un macello aziendale), e il più possibile vicino all’allevamento. Il trasporto al macello deve essere attuato con mezzi e personale adatto e formato. Si devono usare strumenti adeguati per non causare sofferenza, stress o paura. La soppressione degli animali deve avvenire con uno stordimento preventivo.

Relazione con l’allevatore

Gli animali domesticati sono abituati alla presenza dell’uomo, al quale si sono avvicinati molte migliaia di anni fa e con il quale hanno stabilito un rapporto di reciproco scambio: in cambio di cura, difesa e nutrimento, l’animale donava il suo lavoro, il latte e la carne per l’alimentazione dell’uomo e il concime per i suoi campi. Gli animali vivevano vicino all’uomo, spesso condividendo anche il riparo. Oggi questa relazione è totalmente cambiata, ma la necessità per l’animale di un legame e di un rapporto di fiducia con l’allevatore rimane invariato. Anche per l’allevatore esiste in fondo questa necessità, perché la divisione del lavoro che si è realizzata anche nei grandi allevamenti, la ricerca di rese sempre maggiori, per non parlare del lavoro nei grandi macelli industriali, sta creando alienazione anche tra i lavoratori dell’industria dell’allevamento. Senza un legame non si può realmente parlare di “allevamento” ma solo di “industria” di “produzioni animali”. Questo legame deve essere rinsaldato quotidianamente, grazie alla presenza dell’allevatore che cura, nutre, dedica insomma attenzione agli animali.

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