Nella seconda metà del Novecento il consumo globale di carne è aumentato di 5 volte, passando dai 45 milioni di tonnellate di carne consumati nel 1950 agli attuali 250 milioni di tonnellate. Secondo le stime della Fao, questo consumo è destinato a raddoppiare entro il 2050.

Quanta carne mangiamo

Oggi, nei Paesi industrializzati si consumano mediamente 224 grammi di carne pro capite al giorno (circa 80 chili l’anno a persona), a fronte di una media di 30 grammi (11 chili di carne l’anno a persona) consumata in Africa. Le cifre relative agli animali macellati ogni anno sono esorbitanti. 58 miliardi di cui 11 in Cina e 9 negli Stati Uniti: questo dato impressionante indica il numero di polli macellati annualmente su scala mondiale; e se si prendono in considerazione altre specie, le cifre sono comunque altissime: un miliardo e 383 milioni di suini; 517 milioni di ovini; 430 milioni di caprini; 296 milioni di bovini… *

Negli ultimi anni, i consumi di carne non si sono mantenuti elevati solo in America e in Europa, ma sono aumentati in Cina, in India e, in generale, nei Paesi in cui sta emergendo una nuova classe media con buone disponibilità economiche e in cui si registra una forte crescita demografica (la popolazione indiana, ad esempio, cresce di 200 milioni di abitanti ogni decennio).

La crescita esponenziale degli allevamenti industriali

All’aumento della domanda su scala mondiale è corrisposta una crescita impressionante della produzione industriale di carne e, di conseguenza, la concentrazione del potere nelle mani delle poche grandi aziende che possono soddisfare la domanda del mercato. Questa trasformazione nel settore dell’allevamento e della produzione di carne, a sua volta, ha una lunga serie di conseguenze negative: sull’ambiente, sulla salute e sulla qualità della vita umana, sul benessere animale e sull’equità sociale.

Gli animali allevati, per crescere e produrre, ovviamente hanno bisogno di nutrirsi. Ma le risorse alimentari che consumano sono nettamente superiori a quelle che producono sotto forma di carne, latte e uova. Per produrre 1 chilo di carne di manzo si immettono nell’atmosfera 36,4 chili di anidride carbonica e si calcola che l’impronta idrica di questa produzione corrisponda a circa 15.500 litri d’acqua** e 7 chili di alimenti vegetali. I Paesi del Sud del mondo producono soia e mais per alimentare – a basso costo – gli allevamenti intensivi del Nord. Le cifre sono inesorabili: continuare a mangiare carne con i livelli di consumo a cui si è abituato l’Occidente è insostenibile. Ad esempio se anche solo i popoli di Cina, India e Brasile iniziassero a mangiare la stessa quantità di carne, non basterebbe la superficie della terra per sfamare il bestiame.

Ciononostante non si può ignorare l’emergere di una nuova sensibilità verso gli animali, che si è espressa negli stili di vita che sempre di più abbandonano o limitano i consumi carnei e che ha promosso leggi più stringenti a tutela del benessere animale.

In molti ambiti diversi, sono ormai molte le voci autorevoli che si stanno impegnando per promuovere consumi più responsabili, che limitino la quantità di carne consumata mediamente e ne privilegino la qualità. Secondo Slow Food, il fatto stesso di promuovere un benessere animale forte vuol dire indurre il consumatore a consumare meno carne: perché significa ridurre anche le quantità di carne prodotta, privilegiando chi alleva bene i propri animali.

 

* Dati ricavati da Meat Atlas

** L’impronta idrica di un prodotto è il volume di acqua dolce consumata e inquinata, in relazione anche al luogo di produzione. È la somma di tre componenti: impronta blu, verde e grigia. La prima indica il volume di acqua dolce delle risorse idriche superficiali e sotterranee che è evaporato o è stato utilizzato. La seconda indica il volume di acqua piovana conservata nel suolo impiegato. La terza si riferisce al volume di acqua inquinata, quantificato come il volume di acqua occorrente per diluire le sostanze inquinanti, in modo che la qualità dell’acqua resti al di sopra dei livelli qualitativi fissati.