La promessa che gli Ogm avrebbero salvato il mondo dalla fame è stata completamente disattesa: da quando è iniziata la commercializzazione (ormai più di 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono.

In Paesi come l’Argentina o il Brasile, la soia gm ha spazzato via le produzioni tradizionali, perché le colture transgeniche hanno bisogno di grandi superfici e di sistemi monocolturali intensivi.

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Quella degli Ogm è una questione complessa, difficile da esaurire in poche righe, ma forti di ricerche indipendenti e studi approfonditi, possiamo riassumere in pochi punti alcuni dei motivi per cui Slow Food, attraverso progetti, attività e campagne di comunicazione promuove e difende una cultura libera da Ogm:

  • CONTAMINAZIONE: coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile perché abbiamo aziende di piccole dimensioni e non abbiamo barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. Inoltre, l’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata
  • SOVRANITÀ ALIMENTARE: come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.
  • LIBERTÀ: le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi modificate geneticamente, invece, la multinazionale è la titolare del seme: a essa l’agricoltore deve rivolgersi a ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi commerciali, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti varietali se non si pagano costose royalties
  • ECONOMIA E CULTURA: I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio; l’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti anonimi e senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico
  • BIODIVERSITÀ: Le colture transgeniche impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais per l’alimentazione umana, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi
  • ECOCOMPATIBILITÀ: Le ricerche su Ogm aoggi hanno messo a punto 2 tipi di “vantaggi”: la resistenza a un parassita del mais (la piralide) e la resistenza a un diserbante (il glifosate). Quindi, dicono i sostenitori degli Ogm, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta a un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggerà le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate
  • PRECAUZIONE: a circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli organismi modificati geneticamente, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo 3 prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm
  • PROGRESSO: gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, Governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale; invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca moderna dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze
  • FAME: I relatori Onu sul problema della fame dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Un dato confermato anche dall’ultimo rapporto Fao Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015. Esaminando i dati emerge come esistano tratti comuni a quasi tutti gli stati che hanno visto migliorare in modo sensibile l’emergenza fame. Prima di tutto lo sviluppo della produttività agricola su piccola scala (che difficilmente ha scelto Ogm), con il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei piccoli nuclei contadini familiari. Appare chiaro come l’agricoltura familiare e le produzioni artigianali siano la via più sensata per raggiungere l’obiettivo fame zero. «L’agricoltura che nutre il pianeta è quella che si pone come obiettivo il benessere delle persone, prima di tutto, prima ancora del profitto», afferma Cinzia Scaffidi, vice presidente di Slow Food Italia, commentando la notizia. «Il 2014 è stato l’anno internazionale dell’agricoltura familiare e il mondo ha riflettuto e incoraggiato quel modo di produrre cibo, quel tipo di atteggiamento e di cura verso le persone e gli altri viventi; il 2015 è l’anno dell’Expo di Milano e abbiamo a disposizione altro tempo, e altre risorse, per riflettere e promuovere un’idea di produzione sostenibile di cibo. La consapevolezza degli individui e dei governi sta crescendo e i primi risultati si vedono. La strada è certamente ancora lunga e disseminata di ostacoli: ma è sempre più evidente che il modello produttivo che ha dominato finora non è più difendibile e i primi passi in una direzione diversa stanno dando qualche risultato».
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