Slow Food, l’intuizione nata negli anni del riflusso ha anticipato il costume

Origami è il settimanale de La Stampa che ogni giovedì racconta in un foglio monografico un grande tema di attualità. Il numero che trovate in edicola da oggi  e per tutta la settimana è dedicato ai vent’anni di Terra Madre Salone del Gusto: vi consigliamo di non perderlo. Intanto, eccovi l’editoriale del direttore Cesare Martinetti e una bellissima infografica sul mondo del cibo.

 

copertina-origamiSono passati venti anni dal primo Salone del Gusto e addirittura trenta da quando la chiocciolina rossa s’è messa in marcia. Slow Food è ora un’espressione talmente corrente che sembra sia sempre esistita, come una parola sola: “slòfud”. E anche Carlo Petrini è diventato “Carlinpetrini”.
Però bisognava esserci in quegli anni Ottanta, quando tutto questo è cominciato. Era il tempo del riflusso, gravava il peso degli anni Settanta, gli operaisti guardavano con sufficienza ai buontemponi dell’Arci Gola (nato poco dopo l’Arci Gay), il passaggio da Marx all’Artusi non sembrava ineluttabile, il materialismo dialettico non aveva previsto di finire all’osteria.
Invece era la prosecuzione della politica con altri mezzi, una rivoluzione dolce e perbene, il rilancio di un’opzione internazionalista altrimenti fallita. L’aveva capito Carlinpetrini, che la politica sapeva cos’era, i piedi e le mani nella terra li aveva messi, tra naso e gola aveva un selezionatore naturale dei bouquet del barolo ancora contadino. E non trovava affatto stravagante inseguire i capponi di Morozzo o le tinche gobbe di Poirino. Aveva letto Gramsci, che non era un gastronomo, ma considerava il cosiddetto folclore una “cosa molto seria” , non una “bizzarria”, una concezione del mondo e della vita: tradizioni, lingua, dialetti.
Carlinpetrini ha presto elaborato e cominciato a diffondere il suo manifesto in un “verlan” di italiano colto impastato con il dialetto cuneese. La sua voce è diventata il timbro universale del movimento, un’epifania di colture e di sapori, l’autodisvelamento di un diffuso sentimento nazionale fatto di buon gusto e sana voglia di vivere. Ci poteva essere qualcosa di più popolare?
Tutto quel che è venuto dopo non è che una conseguenza. Da una rete sono nate le reti, dalla trattoria del Boccondivino di Bra è partito un tam tam che ha attraversato il mondo. Realismo e senso degli affari (due colture che crescono spontaneamente nel vecchio Piemonte) hanno poi compiuto il miracolo: far crescere “slòfud” nell’universo dominato dall’imperialismo delle multinazionali agricole, dare cittadinanza ad agricoltori e comunità sperdute. È così germinata una globalizzazione buona e il sentimento che non tutto è perduto, che un altro mondo è possibile. Un successo “politico”, l’affermazione di una egemonia culturale che il consumismo ha deformato in quest’ossessiva ondata tv “masterchef”. La chiocciolina rossa si è forse diffusa un po’ troppo e non sempre allo stesso livello. Ma le rivoluzioni sono così, è difficile iniziarle, fermarle poi è impossibile.
Il Salone riporta a Torino l’Arca del Gusto che per due anni ha circumnavigato il globo alla ricerca dei prodotti da difendere. È un invito che torna come un’eco: metti le mani nella terra e ritroverai te stesso.

 

Cesare Martinetti – direttore di Origami La Stampa

da Origami del 15 settembre 2016

 

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