Una chiocciola per la pace. Slow Food sostiene Afrin, e il Rojava tutto, sotto attacco

Chi si ricorda da quanto tempo è in corso la guerra in Siria?

Prologo

Era il 15 marzo del 2011, quando, sulla scia degli eventi che conosciamo come Primavere Arabe, migliaia di persone scesero per le strade nelle principali città siriane per manifestare il loro dissenso verso il governo del presidente alauita Bashar al Assad [n.b. la minoranza alauita è una confessione religiosa musulmana affine allo sciismo].
Quella primavera però si trasformò ben presto in caos e disperazione. Assad rispose con la forza, sperando di ristabilire velocemente il controllo, ma non ottenne il risultato sperato. Da allora si combatte una guerra civile, in cui fin da subito si sono inseriti i foreign fighters, i combattenti stranieri la cui presenza ha alimentato un conflitto che pare non aver fine, in un turbine di interessi contrapposti e di problemi che ci riguardano tutti da vicino. Le cronache non ci risparmiano da ormai otto anni: nascita (e morte?) dello Stato Islamico, milioni di profughi, fame, disperazione. E le immagini di bambini uccisi da un gas paralizzante che difficilmente scorderemo.

Non siamo qui per ripercorrere le tappe di questo conflitto, ma per ricordarvi che in mezzo a questo orrore c’è una comunità che sta (ri)costruendo la sua storia e ora è in pericolo.

Rojava: un sogno che diventa realtà

Kobanî

Nel bel mezzo della guerra civile, la regione del Rojava si è proclamata autonoma dotandosi dei propri mezzi di difesa e di amministrazione.
Questa comunità a maggioranza curda ha dato vita a una rivoluzione sociale stabilendo un Sistema Federale Democratico, secondo il modello concepito da Abdullah Öcalan e basato sugli scritti di Murray Bookchin, pioniere del movimento ecologista degli Stati Uniti.
Una comunità che abbiamo cercato di sostenere con tutti i nostri mezzi e di cui vi abbiamo già parlato in passato.
Nel 2015, una nostra delegazione ha avviato con l’amministrazione democratica del Rojava un piano per realizzare orti nelle scuole, tramite il progetto “Orti in Rojava”. Il nostro obiettivo? Portare in questa terra martoriata l’esperienza di Slow Food, quegli orti didattici dove oltre a coltivare il proprio cibo si partecipa a un programma di educazione ambientale e alimentare. Questi orti rappresentano molto più che semplici appezzamenti di terreno: sono il simbolo della libertà di questo popolo. Siamo riusciti a trasformarli in realtà e oggi gli Orti di Slow Food in Rojava coinvolgono almeno 1000 studenti provenienti da 10 scuole differenti.

Slow Food Kobanî: insieme coltiviamo il futuro

Un lavoro che ci rende orgogliosi e che speriamo possa crescere e apportare reale sostegno alle popolazioni, vittime di un conflitto che ancora non accenna a placarsi.
Ne abbiamo parlato tanto anche in occasione di Terra Madre e Salone del Gusto 2016, quando, in più di un’occasione abbiamo affrontato il tema del conflitto siriano: al Teatro Carignano con ZeroCalcare che ci ha raccontato l’esperienza da cui ha preso vita il suo Kobane Calling. ZeroCalcare era stato anche tra i protagonisti della tavola rotonda dedicata a Soup For Syria, dove attraverso le testimonianze dirette abbiamo raccontato il conflitto e il dramma dei profughi.

Soup For Syria è il progetto della scrittrice Barbara Abdeni Massaad, fondatrice e pilastro di Slow Food Beirut, che ha voluto devolvere il ricavato del libro omonimo ai rifugiati siriani in Libano

Ma sia noi sia le popolazioni locali vorremmo di più. Abbiamo allora aperto la sede locale di Slow Food a Kobanî e stavamo lavorando, insieme alla comunità di produttori di pistacchi, all’apertura di un Presidio Slow Food per sostenere gli agricoltori che con tenacia cercano di conquistare la normalità. Un percorso che come potete immaginare ha avuto un bel rallentamento, ma che speriamo di portare a termine in tempo per la prossima edizione di Terra Madre Salone del Gusto a settembre.

I bimbi che coltivano gli orti Slow Food a Kobanî

Il nuovo fronte bellico, la Turchia attacca Afrin

Dal 20 gennaio di quest’anno il governo turco sta attaccando Afrin. Mezzi terrestri e aerei da combattimento hanno bombardato a più riprese in Siria la regione transfrontaliera controllata dall’organizzazione curda Ypg, attiva nella guerra contro i terroristi dello Stato Islamico.

Afrin è uno dei cantoni in cui si divide la regione autonoma del Rojava. L’area prende il nome dal fiume che «scorre da nord a sud, attraversando colline alberate, vallate fertili e 360 villaggi curdi in cui vive più di un milione di persone» (Internazionale, 1/02/2018).

È un distretto piccolo, ma raccoglie una popolazione composta per la metà da rifugiati di altre zone della Siria. Tutti i cantoni del Rojava partecipano naturalmente allo sforzo collettivo per respingere l’attacco. Non vi facciamo il conto delle vittime, ma vi diciamo che la maggior parte sono civili e non sono pochi.
Perché questo attacco? «Secondo il governo turco, i combattenti delle Unità di protezione del popolo (Ypg) sono terroristi. Mentre secondo la gran parte degli osservatori e della comunità internazionale, i gruppi curdi hanno avuto un ruolo fondamentale nella sconfitta del gruppo Stato islamico e amministrano in modo democratico e pacifico i territori sotto il loro controllo.
“Le notizie da Afrin non riguardano solo il futuro dei curdi nel nord della Siria e possono trasformare l’intera regione – la Turchia, l’Iraq e in particolare l’Iran – con profonde conseguenze per l’occidente e i suoi rapporti con una Russia sempre più influente, dinamica, abile”, ha scritto sul Guardian Gareth Stansfield, professore dell’Istituto di studi arabi e islamici di Exeter, nel Regno Unito.» (Internazionale, 1/02/2018).

«La nostra era una zona di pace, oggi è in guerra. Se Afrin verrà strappata alla sua popolazione, l’unica conseguenza sarà la sua occupazione da parte del Fronte al-Nusra e di altri gruppi islamisti, i gruppi che oggi affiancano lo Stato turco e fanno parte dell’Esercito Libero Siriano. Ma con la libertà non hanno nulla a che fare. La Turchia sta commettendo un genocidio», ha spiegato Asiya Abdullah, co-presidentessa del partito curdo-siriano Pyd, in collegamento telefonico da Afrin con il Senato italiano.
Il manifesto 30.1.2018

L’appello

Ad Afrin ci sono 318 scuole e circa 50.000 studenti dai livelli elementari a quelli universitari. Negli attacchi in corso sono stati colpiti 27 edifici scolastici. Tra le vittime ci sono 13 studenti uccisi dagli attacchi degli aerei. L’amministrazione cantonale ha dovuto sospendere tutte le attività della scuola a causa delle perdite. Il Co-presidente della commissione del Ministero dell’Istruzione di Afrin, Mihemed Reşit, ha annunciato che gli attacchi hanno distrutto in particolare le scuole di Shiye, Rajo e Shera e che stanno cercando di proteggere gli studenti dagli attacchi intensi.
Questo attacco deve fermarsi ora. 
Noi dal canto nostro cerchiamo di sostenere come possiamo le nostre comunità e tutto il popolo siriano. E dedichiamo in particolare un pensiero a Berivan El Houssain, che da Afrin era arrivata come delegata proprio a Terra Madre 2016.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

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