Scandali, pesticidi e inquinamento. Così il cibo tossico avvelena la Cina

Oli riciclati dalle friggitrici e dagli scarti animali (ma perfino dai degrassatori in cui confluiscono gli scarichi delle cucine), latti adulterati con sostanze chimiche, carni avariate e ricongelate. La Cina paga un prezzo altissimo alle truffe alimentari, anche in termini di vite umane: solo nell’anno 2015 sono state decine di migliaia le vittime di intossicazioni letali, secondo quanto riporta un dossier della Chinese Academy of Social Sciences (Cass), uno dei principali istituti di ricerca del Paese.

Il nono “Urban Blue Book”, presentato in forma sintetizzata nel corso del China Urban Development Summit Forum e ripreso dagli organi di stampa ufficiali, offre perfino una stima economica dei danni provocati dal cibo tossico, quantificati in 750 milioni di dollari l’anno.

A preoccupare gli esperti è soprattutto il riciclo dell’olio da cucina, altamente tossico e cancerogeno, che arriva sulle tavole delle famiglie cinesi in quantitativi pari a due o tre milioni di tonnellate ogni anno.

cina_ciboMa i pericoli non arrivano soltanto dalle frodi. In tutto il Paese, si legge nel rapporto, almeno due milioni di acri di terreni agricoli sono ormai contaminati dai pesticidi, l’80% dei quali vengono riversati direttamente sul suolo. La Cina copre da sola il 35% dell’utilizzo globale di fertilizzanti chimici, una quantità pari a quella di Stati Uniti e India insieme: per dare un’idea, si consideri che mentre la media globale è di 8 chilogrammi di prodotti fitosanitari per ettaro di terreno, gli agricoltori cinesi raggiungono i 21,9 chilogrammi per ettaro (2,6 volte più degli Usa e 2,5 volte sopra la media europea).

Altrettanto preoccupante è il quadro delle acque. Nel corso del 2015, le 5118 stazioni di monitoraggio idriche hanno rilevato nel 61,3% dei casi acque di qualità scarsa o estremamente scarsa.

Anche l’eccessiva somministrazione di antibiotici negli allevamenti pone gravi rischi per la salute dei consumatori: secondo il ministero della salute di Pechino, la Cina produce ogni anno circa 210mila tonnellate di antibiotici per usi animali. Di questi appena 30mila vengono esportati, mentre gli altri soddisfano un consumo che arriva a 138 grammi per ogni capo di bestiame (negli Stati Uniti sono 13 grammi per animale). Si stima che un terzo di questi finiscano nell’organismo umano attraverso il consumo di carne.

Gli scandali recenti non hanno risparmiato nemmeno il settore della ricerca: poche settimane fa, un ex dottorando ha rivelato l’esistenza di un esteso meccanismo di alterazione dei risultati scientifici all’interno di uno dei maggiori centri di studio sugli organismi geneticamente modificati. Oltre ad alterare gli esiti delle ricerche, il centro avrebbe impiegato personale non qualificato nei suoi laboratori e depistato le indagini con la complicità delle autorità. In seguito alle proteste sui social media, tuttavia, il ministero dell’Agricoltura ha poi deciso di sospenderne le attività.

cina_cibo2Sebbene la Cina sia stata pioniera nella coltivazione degli Ogm (il primo Ogm, una pianta di tabacco resistente ai virus, venne immesso in commercio nel 1992), al momento solo la produzione di cotone geneticamente modificato è stata autorizzata su larga scala. Alla disponibilità del governo (che di recente ha avallato la fusione tra il gigante dell’agroindustria nazionale ChemChina e la svizzera Syngenta) fa infatti da contraltare la netta avversione di larga parte della popolazione alle tecniche di manipolazione genetica.

Più in generale, i ripetuti scandali legati al cibo costituiscono una priorità per i cittadini del colosso asiatico: quasi tre quarti dei cinesi, secondo l’ultima rilevazione del Pew Research Center, si dicono preoccupati per la loro sicurezza alimentare.

Il governo intende darvi risposta attraverso le nuove linee guida emanate dalla National Food Safety Commission, che prevedono valutazioni per classi e controlli periodici nella ristorazione. Un compito comunque non semplice, in un Paese che conta più di 11,85 milioni di aziende agroalimentari registrate e circa 400mila bancarelle e rivendite familiari.

Come sempre a fare la differenza saranno soprattutto i comportamenti dei consumatori, la cui attenzione all’alimentazione buona, pulita e giusta è testimoniata anche dalla recente nascita e dall’espansione della rete di Slow Food Great China.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it