Salute

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è salute.

Salute è in fase di rieducazione. Ha un problema di eccessivo autoriferimento.

Quando pensiamo al binomio cibo-salute, infatti, tendiamo a pensare alla nostra, di salute. È un’idea antica e saggia che il nostro benessere fisico dipenda anche dal modo in cui ci alimentiamo e, anche se poi mettiamo il nostro organismo alla prova quasi tutti i giorni, o forse proprio per questo, abbiamo continue conferme di questo legame, che riferiamo prevalentemente a noi stessi, a come ci alimentiamo o a come dovremmo alimentarci.

Anche quando proviamo, in buona fede, ad allontanarci da questa idea autocentrata, e pensiamo alla salute pubblica, la riflessione è brevissima. Perché magari diamo un’occhiata alle statistiche di quanti obesi o quanti diabetici ci sono nel nostro Paese, di quale età hanno, e pensiamo che ci vorrebbe un diverso tipo di educazione alimentare, a partire dalle scuole… ma subito ci ricaschiamo: perché iniziamo a pensare a quanto costano tutte queste persone che si ammalano, ed ecco che la salute pubblica smette di essere un problema delle persone ammalate e diventa un danno fatto a chi sta bene. Dove abbiamo imparato a ragionare così? Quando abbiamo perso di vista il senso dell’essere una comunità, e più precisamente una comunità del cibo, e dunque quello del pagare le tasse? Bisogna essere pazienti, con Salute.

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Ha un problema di identità.

Crede di essere una questione soggettiva, e invece è un bene comune. Come le fonti d’acqua, il mare, l’aria, le foreste amazzoniche, le balene. Esistono luoghi del mondo in cui le risorse mancano, o ci sono ma non sono usate a beneficio di chi li abita. E luoghi in cui le risorse vengono sprecate. Quelle stesse risorse che noi sprechiamo mancano a qualcuno. Perché è così che funzionano i beni comuni: se chi li usa non pensa anche agli altri (inclusi quelli che non sono ancora nati), qualcuno resterà senza, arriverà il suo turno, ma non ci sarà più il bene a sua disposizione.

Noi, alle nostre latitudini, sprechiamo la salute come sprechiamo il cibo, pensando scioccamente che stiamo sprecando qualcosa di nostro, che non creiamo danni a nessuno se non a noi stessi. Non è vero. A ogni nostro spreco di salute (che significa che la ricerca si concentra sulle malattie dei ricchi perché possono pagarsi le cure e non su quelle dei poveri) corrisponde una fame di salute da qualche parte.

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Proviamo a convincerci che a questo mondo c’è una quantità finita di salute e che ce n’è abbastanza per tutti, se nessuno si comporta da egoista e sprecone. È una risorsa rinnovabile, ma i tempi di rinnovo sono quelli della fertilità della terra, della stabilità del clima, dei ritmi della natura. Non sono i tempi delle nostre nevrosi da acquisto, della nostra avidità, della violenza con cui trattiamo la natura. Proviamo a curare l’idea di salute, facciamola uscire dagli angusti limiti che si è autoinflitta e ripristiniamo la sua autostima: è un bene comune, e i beni comuni sono le cose più importanti che (non) possediamo.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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