Rurale

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è rurale.

Rurale ha cambiato compagnia, e quindi prospettive

Per raccontare l’evoluzione di questa parola non basta considerare l’ultimo cinquantennio delle nostre esperienze individuali o collettive, occorre comprendere nell’intervallo di tempo considerato anche la prima metà del Novecento. Rurale, durante il ventennio fascista, fu una parola chiave. Si vedeva nel mantenimento e nel potenziamento degli insediamenti rurali uno degli elementi di solidità del regime: la crescente urbanizzazione, invece, non era una tendenza da incoraggiare. In città si studiava, ci si formava una coscienza di classe, le famiglie facevano meno figli e la maggiore facilità con cui circolavano le informazioni mal si confaceva a un regime. Le zone rurali venivano blandite, curate, favorite, spesso con provvedimenti reali, altrimenti con stratagemmi comunicativi.

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Il fatto è che, comunque, l’Italia di quel periodo era un’Italia prevalentemente rurale, in cui, anche a prescindere dalle campagne di propaganda e indipendentemente dalla consapevolezza di sé che quelle aree potevano avere, la ruralità era la norma. La svolta economica e culturale avvenne nel dopoguerra, con la ricostruzione, che iniziò a richiamare manodopera e nuclei familiari verso i centri urbani, e poi con la fase dell’industrializzazione più esplicita degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Città divenne sinonimo di sicurezza, di futuro, di pulizia e di tanto altro, mentre alla campagna fu vieppiù associata un’idea deteriore di passato, di arretratezza non solo tecnologica ma anche culturale, magari con qualche tono più morbido in chi vi si recava in villeggiatura, ma che non avrebbe mai pensato di restarci.

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Eppure, quelle villeggiature, quelle gite della domenica, a qualcosa sono servite. Perché ogni tanto qualcuno è rimasto agganciato a un profumo, a una scoperta, a una voglia di provarci. I primissimi iniziarono negli anni Settanta, rassegnandosi al ruolo di “quelli strani”. Gli anni Ottanta e Novanta fecero emergere a quali prezzi le città si stavano riempiendo e con quali costi pagati anche dalle aree rurali: le zone più densamente popolate e quelle più intensamente coltivate iniziavano a mostrare tutti i loro danni, quelli fatti a se stesse e agli altri, e finalmente un numero sempre più consistente di persone iniziò a farsi delle domande.

Da dove si comincia per guarire?

Come si fa se qualcuno non torna a occuparsi delle aree rurali in modo complesso, nuovo, moderno, facilitando l’agricoltura di qualità ma anche i servizi, le comunicazioni, le connessioni con il resto del mondo, l’educazione residente, i servizi sociali? Di più: come si fa se non saranno proprio quelle aree a occuparsi degli altri? È andata così la storia di Rurale, che ha cambiato compagnia e prospettive: stava ai margini della scena, assieme a quelli che parlavano il meno possibile e cercavano di non farsi notare – e comunque non se li filava nessuno; ora è sotto gli occhi di tutti, assieme a quelli che hanno idee e progetti da condividere e realizzare, e tutti hanno voglia di sapere quel che pensa, e sperano che abbia le soluzioni che loro non sono ancora riusciti a trovare.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

 

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