A rischio il futuro delle lenticchie di Santo Stefano di Sessanio

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio è in pericolo. Il grido d’allarme arriva da Slow Food Abruzzo-Molise che sta assistendo all’estinzione di un legume d’eccellenza del proprio territorio e fiore all’occhiello del Made in Italy. La lenticchia, infatti, è stata presa di mira dai cinghiali che, a causa della caldissima stagione appena trascorsa, sono diventati più affamati. Ora si fanno i conti con le conseguenze e il risultato è devastante: molti raccolti sono andati persi e la produzione è scesa del 50%.

Le prime avvisaglie sono arrivate da Ettore Ciarrocca, presidente dell’associazione Produttori della lenticchia di Santo Stefano di Sessanio e referente del Presidio Slow Food, il quale ha denunciato l’indifferenza di enti e istituzioni a partire dal problema dei cinghiali presenti a centinaia intorno ai campi di lenticchie. «Non si tratta di una lenticchia qualsiasi, ma di un biotipo preciso che si seleziona in questa zona da tempi immemori», ha dichiarato Eliodoro D’Orazio, presidente di Slow Food Abruzzo-Molise, sceso in campo a sostegno dei produttori di uno dei più vecchi Presidi Slow Food affinché Parco del Gran Sasso-Monti della Laga e Regione Abruzzo intervengano per salvare la produzione di un legume dalle caratteristiche uniche.

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio – di cui si hanno tracce già in antichi documenti monastici intorno all’anno Mille – è un legume piccolo e saporito, di colore scuro che cresce oltre i mille metri di altitudine. Per le sue piccolissime dimensioni e l’estrema permeabilità, non ha bisogno di alcun ammollo preliminare. A Santo Stefano di Sessanio la lenticchia ha trovato un habitat ideale, fatto di inverni lunghi e rigidi, al termine dei quali si semina la lenticchia in attesa della primavera. «Siamo in piena emergenza», incalza D’Orazio: «I produttori sono allo stremo e siamo di fronte al rischio reale di perdere un prodotto importante e identificativo di questo territorio con inevitabili ricadute sull’economia locale e il progressivo abbandono delle aree interne già in difficoltà. Parco e Regione devono fare qualcosa, non c’è più tempo da perdere».

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

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