Ricette per restare, progetti per tornare

Fatimata ha gli occhi stanchi: il lavoro e la preparazione dei piatti per il Migranti Film Festival le hanno tolto parecchie energie, ma quando inizia a parlare della sua famiglia, dei suoi piatti e del suo paese, le torna il sorriso. Del Senegal porta i colori dell’abito tradizionale, un’eleganza pacata e ricette buonissime che vale la pena assaggiare.

Fatimata Dado, dal Senegal all’Italia

Fatimata, raccontaci la tua storia

Provengo dal Senegal e sono in Italia da dieci anni ormai. Vivo a Dogliani (Cuneo) con mio marito e i miei figli. Prima di venire in Italia, ho studiato alimentazione, cioè tutto ciò che riguarda il cibo, dalla sua composizione alla sua trasformazione e conservazione. Una volta arrivata in Italia non ho perso tempo. Dopo un anno e mezzo dal trasferimento sono andata ad Alba per un concorso da operatore socio sanitario. Sono stata presa subito e ho così iniziato a lavorare nel reparto di lungo degenza dell’ospedale di Dogliani. Mi manca non occuparmi più di alimentazione, perché adoro cucinare, così come insegnare. Prima di venire in Italia ho insegnato undici anni in Senegal. E ora non mi resta che insegnare ai miei figli.

 

Cosa ti piace cucinare?

Cucino di tutto e di più: il riso, la carne, il pesce. Preparo anche piatti italiani, come le lasagne, la pasta al forno, e tanti dolci. Ma il piatto senegalese che amo di più cucinare è il Ceebu Jen, molto apprezzato in tutto il mondo. È uno dei piatti tradizionali della cucina senegalese a base di riso, pesce, verdure. È un piatto bicolore: bianco e rosso, per l’aggiunta di pomodoro. Non ho difficoltà a reperire gli ingredienti per le mie ricette in Italia perché con la globalizzazione è possibile trovare di tutto in qualsiasi posto, anche a Bra. Devo ammettere, però, che dal Senegal porto in Italia il pesce conservato. Lì il pesce ha tutto un altro sapore e ne abbiamo di tantissime varietà.

Il tradizionale Ceebu Jen senegalese, a base di pesce

Che cosa rappresenta il cibo per te?

Il cibo è alla base della salute della persona. Non solo, ma è anche un importantissimo strumento di conoscenza tra persone e territori. Il cibo può avvicinare i popoli, come sta avvenendo qui al Migranti Film Festival, una bellissima opportunità che permette di sviluppare rapporti interculturali e mangiare piatti da tutto il mondo in pochi giorni. Qui ho avuto modo di conoscere altre realtà, altre persone e mi piace poter assaggiare i prodotti della loro terra. Dal Senegal abbiamo portato il Ceebu Jen, il riso al pesce di cui parlavo prima, mentre l’anno scorso avevamo offerto lo Yassa di pollo, a base di riso, cipolla e pollo. Due vere delizie.

 

Che progetti hai per il futuro?

Da un lato, spero di poter continuare il percorso iniziato al Migranti Film Festival, prendendo parte ai programmi accademici dell’Università di Scienze Gastronomiche. Credo che l’unione di tutte le comunità possa fare la differenza nel promuovere cibi e culture diverse. Dall’altro, prevedo di mettere in piedi dei progetti per tornare in Senegal, un Paese che amo e di cui sono fiera di essere figlia. Quando ci penso, penso alle migliaia di talibé, i bambini che tra i 3 e i 15 anni sono costretti a vivere per strada in condizioni di estrema povertà. Mi piacerebbe lavorare insieme a loro e agli anziani lasciati soli, creando un centro dove accoglierli e occuparmi di loro. Uno spazio caratterizzato da una grande diversità, generazionale ed esperienziale. D’altronde non si allontana molto da quello che faccio in Italia. E se lo faccio bene qui, perché non potrei farlo anche nel mio Paese?

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