Quattro Carusi e un albicocco

Stiamo ripercorrendo insieme i trent’anni di Slow Food in Italia, attraverso il ricordo di chi ha fatto la storia dell’associazione. Voci storiche e voci nuove si intrecciano per raccontarci com’è cambiata Slow Food e come cambierà in futuro. Oggi vi raccontiamo una storia tutta siciliana: protagonisti sono quattro ragazzi e un albicocco.

«Prima di iniziare questa avventura non avevo idea di cosa fosse Slow Food. Poi mi sono iscritto a un corso da operatore agricolo, finanziato dal Comune di Scillato e organizzato in collaborazione con la ex Facoltà di Agraria SF0231698-2dell’Università di Palermo. Qui ho conosciuto il professor Francesco Sottile (ndr, Francesco Sottile, docente presso il Dipartimento di colture arboree dell’Università degli Studi di Palermo e attuale vice presidente di Slow Food Sicilia): è stato lui a parlarci dell’associazione e delle opportunità che offriva». Alberto Battaglia è un giovane siciliano. Abita a Scillato, un paesino di poco più di 600 abitanti nel Parco delle Madonie, in provincia di Palermo, e insieme a tre amici (Angelo Nicchi, Giuseppe Oddo, Giuseppe Quagliana) ha riscoperto la coltivazione di un antico albicocco locale. L’albicocco di Scillato, appunto.

Quando ha iniziato il corso che gli ha cambiato la vita erano in cinquanta, ma solo quattro al termine: «Poco per volta gli altri studenti avevano lasciato perché non vedevano un rendiconto immediato. Volevano solo l’attestato». Ma Alberto e gli altri tre ragazzi rimasti hanno creduto fino in fondo nella loro terra e nelle sue potenzialità agricole. E in loro ha creduto fortemente anche Francesco Sottile. «È stato lui a suggerirci di riprendere la coltivazione dell’albicocco di Scillato: “Avete tutte le qualità per far diventare questa albicocca Presidio Slow Food!” ci disse una volta.»

E così hanno fatto. Si sono rimboccati le maniche e hanno aperto la loro associazione, Terre di Carusi, che in siciliano significa “terre dei ragazzi”: così è iniziato il loro percorso alla (ri)scoperta di una varietà dimenticata per anni.

«Il primo passo è stato recuperare i terreni» ci racconta Alberto. «Abbiamo chiesto agli abitanti di Scillato che ci concedessero gratuitamente i campi abbandonati, così da avviare il percorso agricolo. In tanti non vedevano di buon occhio la nostra iniziativa e si sono dimostrati da subito diffidenti. Ma poi hanno visto che eravamo motivati e ora i frutti si notano: i terreni sono in ordine e il frutteto rigoglioso.» Sono partiti con poche decine di alberi, ma ora sono arrivati a circa 800 piante su tutto il territorio. «Certo, non è molto» ci rivela Alberto. «Ma abbiamo piantumato e innestato altri 180 alberi e poco per volta stiamo sostituendo gli albicocchi più vetusti, rinnovando così la nostra coltivazione.» SF0231707

E il rapporto con Slow Food? «L’associazione ha sicuramente dato un valore aggiunto al nostro lavoro: ci permette di promuovere un’eccellenza che altrimenti sarebbe scomparsa. Da quando ne facciamo parte partecipiamo a esposizioni e fiere, facendoci conoscere da tutti quei consumatori responsabili che apprezzano il prodotto di valore e seguono la logica del buono, pulito e giusto.»

L’albicocco di Scillato era una varietà rinomata non solo in Sicilia, ma è andata fuori produzione. «È un prodotto buono, genuino, non è inquinato. Inoltre, è biologico perché, essendo una varietà precoce, non ha bisogno di pesticidi. Ha il sapore vero dell’albicocca! E soprattutto ci lega molto al nostro territorio.»

Ma il coraggio e l’intraprendenza pagano. E così, a distanza di due anni dall’avvio del progetto e della sua presentazione al Salone del Gusto e Terra Madre 2014, questa piccola produzione comincia a dare i primi risultati.

«Grazie all’esperienza del Salone prima e di Cheese dopo, siamo entrati in contatto con botteghe e negozi di altre regioni italiane. In Sicilia abbiamo confermato diversi punti vendita e la gente ci viene a cercare durante le fiere territoriali perché ora ci conosce. Al Nord è un po’ più difficile: per ora il nostro paniere ha pochi prodotti e l’albicocca è talmente delicata da non sopportare lunghi viaggi.» Alberto e i suoi soci hanno già avviato una piccola produzione di conserve, appoggiandosi ad aziende locali per la preparazione, e hanno iniziato a occuparsi anche di quella che Alberto definisce «una piccola perla». Si tratta della Comunità del cibo dell’arancia di Scillato, una realtà tutta siciliana che ha bisogno di essere preservata e curata. «Il nostro territorio ha tanto da offrire e noi vogliamo dimostrare quanto vale!»SF0231694

Sono tanti i giovani che lasciano la Sicilia senza una meta precisa, ma Alberto vuole restare: «Se uno ha voglia di lavorare, ci riesce anche qui. Nella nostra isola c’è tanto da fare. Prendiamo ad esempio Scillato: abbiamo la più grande sorgente d’acqua potabile di tutta la Sicilia! E poi terre, alberi da frutto, giardini…»

La loro è una scelta coraggiosa: «Restare significa rischiare, in primo luogo a livello economico. Però crediamo nel nostro progetto e nell’importanza di tutelare una realtà come quella di Scillato. Non siamo eroi, abbiamo solo voglia di lavorare!»

Sono tornati al passato, Alberto e i suoi amici, ma con uno sguardo fisso verso il futuro. Portano avanti il loro progetto con determinazione, credendo fortemente nelle potenzialità della loro Sicilia e nell’importanza della cura e della riscoperta del loro territorio.

A cura di Gabriella Bruzzone
g.bruzzone@slowfood.it

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