Quella sui sacchetti bio è davvero una polemica “da quattro soldi”?

Quella sui sacchetti bio è davvero una polemica “da quattro soldi”? La questione tiene banco ormai da giorni e vale la pena di fare un po’ di chiarezza, senza perdersi in supposizioni sulle ragioni della protesta.

In primo luogo ricordiamo che la nuova norma nasce da una direttiva europea del 2015 mirata alla riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. L’applicazione del prezzo alle borse ultraleggere era un’opzione praticabile in quanto strumento di responsabilizzazione del consumatore, ma non si trattava di un’imposizione vincolante per l’Italia o gli altri Stati.

“What Goes Around, Come Around” by Bonnie Monteleone on display at Expo 216 in Wilmington, NC.

La necessità di interventi normativi ad hoc non può essere messa in discussione, dal momento che entro il 2050 i nostri mari potrebbero contenere più plastica che pesce: lo ha documentato lo scorso anno una ricerca americana pubblicata su Science Advances, secondo la quale la plastica prodotta fino al 2015 potrebbe già ricoprire una superficie grande quanto l’Argentina. Aggiungiamo che appena il 30% di questi materiali sono ancora in uso, mentre 6,3 miliardi di tonnellate di plastiche sono già diventate rifiuti, in massima parte non smaltiti.

Secondo Legambiente, infatti, il 96% dei rifiuti nel Mediterraneo è costituito da plastiche e i sacchetti da soli coprono il 17% dell’insieme: se è vero allora che la questione degli shopper è solo un aspetto di un problema più vasto, è altrettanto innegabile che la questione esiste ed è molto più drammatica dell’esborso di pochi euro che potrà richiedere a ciascuno di noi.

Qualcuno può obiettare che anche l’amido di mais e le altre risorse vegetali da cui si ricava bioplastica sottraggono terreni alla produzione di cibo. Ed è vero, ma si tratta di una proporzione irrisoria se paragonata alla “fame di terra” dei biocarburanti o dell’allevamento intensivo. Inoltre le nuove tecnologie dovrebbero rendere presto fattibili nuovi metodi di produzione in grado di ridurre significativamente l’esigenza di terreni agricoli per la produzione della bioplastica: nel frattempo, la salute del mare dipende anche dalla nostra spesa.

Geaetano Pascale
g.pascale@slowfood.it

Da La Stampa del 14 gennaio 2017

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