Pulito

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è pulito.

Vincent Grosjean è un viticoltore valdostano e stiamo passeggiando tra i filari delle sue vigne a conduzione biologica. È luglio e al verde delle viti si unisce quello dell’erba che cresce tra i filari.

«Noi siamo passati anni fa dal convenzionale al biologico e ora intendiamo continuare questa evoluzione, arrivando al biodinamico. Per noi è stata una scelta non solo produttiva, ma anche filosofica e di vita. Vorrei che fossimo in tanti a decidere in questo senso. La nostra è una regione piccola, i numeri sono importanti. Per questo io invito spesso i miei colleghi a venire a vedere le mie vigne, perché vedano come stanno bene, anche se io non faccio i trattamenti “normali”. Ma loro, quando vedono tutta quest’erba, mi dicono che le mie vigne sono sporche. Io però quando vedo le loro, con l’erba secca sotto le viti, per via del diserbante, non penso che sono pulite, penso che sono contaminate. È ora di capirsi su cosa è sporco e cosa è pulito».

SF0068451_lowIl senso dell’evoluzione di questa parola è tutto qui, in questo brandello di conversazione accompagnata dai ronzii degli insetti e osservata a distanza da un’aquila in volo. Bisogna che ci mettiamo d’accordo su cosa è sporco e cosa è pulito. Perché un po’ alla volta, da un intervento all’altro, da un miglioramento all’altro, eravamo arrivati a pensare che produrre cibo pulito significasse eliminare ogni forma di vita diversa da quella su cui ci stavamo impegnando. In una vigna l’unica cosa che bisogna lasciare in vita è la vite, il resto è “sporco”. Ma non è così semplice. Perché ogni vita, inclusa la nostra, si fonda su un reticolo di altre vite, e da questa trae linfa, senso, salute.

Mettiamoci d’accordo su cosa è sporco: capiamo se sporco è qualcosa che è entrato in contatto con la terra, o qualcosa che è entrato in contatto con un detergente chimico, un colorante di sintesi, un conservante artificiale. Perché se stiamo per convincerci che tutto quanto può contenere vita è sporco, vuol dire che è ora di fermarsi e ragionare un po’.

Mettiamoci d’accordo su cosa è pulito; e su quali sono gli elementi da eliminare da un cibo per poterlo considerare pulito. Un cibo senza residui chimici è pulito? Sì, come sono puliti certi adolescenti che escono di casa dopo preparativi maniacali. Sono pulitissimi, bellissimi. Ogni centimetro della loro pelle, ogni loro capello, è stato deterso e profumato. I loro vestiti sono perfetti, profumano di bucato appena fatto. Ma il bagno in cui sono passati necessita di una squadra di pronto intervento che raccolga salviette usate, asciughi pavimenti, pulisca lavandini, ricongiunga i mille barattoli ai loro coperchi. Gli armadi che i pargoli hanno compulsato alla ricerca del look più adatto espongono le loro profondità, il loro contenuto è parzialmente tracimato sui letti («dopo metto a posto, adesso non ho tempo»); la zona scarpe lascia temere una metamorfosi mitologica, un innesto tra l’adolescente in questione e un millepiedi. Ecco, i prodotti senza residui hanno lasciato dietro di sé tutto il caos possibile, che qualcun altro dovrà sistemare. Non sono puliti, sono dei “pagherò”, ma pagheremo noi. Quando qualcosa ci sembra pulito ma proprio pulitissimo cambiamo addirittura parola, come in un upgrade: diciamo che è sterile. Funziona con le siringhe, con i guanti di lattice, con gli strumenti odontoiatrici. Ma siamo sicuri che sia un complimento per il cibo? Il cibo deve produrre e favorire la vita, se è sterile come farà? Finalmente, da qualche tempo, stiamo imparando a re-orientare la nostra idea di pulito: fatti salvi i requisiti sanitari di base, un cibo è pulito se non sporca il mondo e non sporca noi, se non mette a repentaglio la pulizia dell’aria, dell’acqua, del suolo. Se, con la sua storia e la sua presenza, consente all’acqua, all’aria e al suolo di continuare a produrre vita.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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