“Prodotto di montagna”. Un’etichetta per l’agricoltura d’alta quota

Il “prodotto di montagna” è ora realtà anche nel nostro Paese, con tanto di marchio. Il logo presentato dal Mipaaf verrà utilizzato per le materie prime provenienti da zone montane o quando trasformazione, stagionatura e maturazione dei prodotti avvengono in montagna.

Il riconoscimento segue quello già introdotto dall’Ue nel 2014 e anche in questo caso si applica solo ai prodotti in regime di qualità.

Si tratta di un fatto senza dubbio positivo, non solo e non tanto perché l’agricoltura e gli allevamenti di quei territori sono più fragili. Ma soprattutto perché preservare quelle produzioni è un bene per tutti.

Ѐ un bene per i consumatori dato che si tratta di produzioni in media migliori sotto il profilo qualitativo, è un bene per i produttori che resistono e non potrebbero competere sul prezzo. Ed è un bene per la collettività in quanto mantenere una popolazione attiva in questi presidi significa assicurare benessere a tutto il Paese.

Stando ai dati del Rapporto montagna 2017 della Fondazione Montagne Italia, il valore dell’agricoltura montana si aggira sui 9,1 miliardi all’anno (6,7 miliardi nelle aree appenniniche e 2,4 miliardi in quelle alpine), con una crescita occupazionale del 10% per l’arco alpino a partire dal 2011.

Ma il valore delle aree interne va ben oltre il Pil, il numero di abitanti e perfino gli occupati, poiché in questi luoghi si costruiscono buona parte dei beni comuni a disposizione del Paese.

Pensiamo alla qualità dell’acqua e dell’aria, oltre che del cibo, ma anche alla capacità di prevenire incendi, dissesti idrogeologici e altre catastrofi legate anche all’abbandono delle montagne. Ecco perché iniziative come questa vanno inquadrate in una più complessiva strategia: gli interventi sulle aree interne sono innanzitutto investimenti sulla qualità della vita, e sul nostro debito ambientale verso le generazioni future.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa dell’11 marzo 2018

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