Preoccuparsi dell’ambiente non è un lusso

Quello che in questi giorni si discuterà a Katowice è di un’importanza più che mai decisiva per ciò che concerne il nostro futuro e quello dei nostri figli. Appartengo alla generazione che nel ‘68 manifestava per un cambiamento nella società al grido di “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. A questa richiesta, a cinquant’anni di distanza e parafrasando ciò che il fondatore dell’ecologia sociale Bookchin diceva, la generazione di oggi dovrebbe aggiungere una postilla: “se non farete l’impossibile, del resto, vi troverete di fronte all’impensabile”. Difatti l’utopia, irraggiungibile per sua natura, serve proprio per protendersi verso un obiettivo alto, ricordandosi che ogni passo, per quanto piccolo, è necessario per far si che il cammino prenda forma, che si abbia un orizzonte comune e una ragione per continuare a camminare. Se l’idea di un cambiamento radicale del sistema e della riduzione drastica delle sue esternalità negative sembrano chimere inarrivabili, sono comunque gli obiettivi a cui dobbiamo tendere tutti noi e che dobbiamo avere sempre a mente. Diversamente, le conseguenze – che stiamo già iniziando a scontare – saranno di un’entità davvero impensabile.

Per questo motivo, un percorso virtuoso deve necessariamente avere inizio: dobbiamo cominciare a compiere passi nella giusta direzione. Dobbiamo farlo e in tempi brevi: non ci sono più scuse, abbiamo rimandato fin troppo. Il Club di Roma, fondato dal mio conterraneo Aurelio Peccei, lo aveva già capito negli anni ‘70, quando nel libro “Limits to growth”, tanto criticato quanto rivalutato nell’ultimo periodo, aveva predetto l’odierna situazione critica. All’epoca, e forse ancora oggi in parte, preoccuparsi dell’ambiente veniva visto come un lusso che solo in pochi potevano permettersi: si credeva che i veri problemi fossero altri, che ci fossero questioni ben più difficili da risolvere e che, in particolar modo, porsi dei limiti oggi per tutelare la nostra Terra Madre domani, veniva vista come un qualcosa da hippie e fricchettoni. Se avessero avuto ragione, però, oggi non assisteremmo a queste anomale ondate di calore, allo scioglimento delle calotte polari, all’innalzamento del livello del mare e ad un rischio desertificazione altissimo; non avremmo fenomeni meteorologici estremi come quelli visti il mese scorso in Italia, e la concentrazione di CO2 in atmosfera non avrebbe raggiunto un nuovo record mondiale. Alla luce di tutto questo, dire che il cambiamento climatico non esiste o che non riguarda ciascun individuo, non solo è un negare le molteplici, tragiche e irrimediabili evidenze che stiamo vivendo quotidianamente ma è per di più un continuare a mettersi in pericolo senza assumersi alcuna responsabilità. Nella straordinaria enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, questo Bergoglio lo spiega molto bene: tutto è connesso, dice, e quindi nessuno è esente da ciò che sta accadendo. Anzi, qualsiasi azione compiuta dal singolo ha un’influenza sul mondo: questa è l’ecologia.

Qui non si parla più di ambientalismo, che vede l’ambiente come un insieme passivo di risorse che l’uomo utilizza, ma di un’unica sintesi che vede l’uomo in connessione con l’ambiente, senza alcun tipo di gerarchia. E badate bene, l’ecologia – aggiunge Francesco, dev’essere integrale per essere davvero coerente: “non c’è ecologia senza giustizia e non ci può essere equità in un ambiente degradato”. I tre anni trascorsi dall’uscita dell’enciclica hanno reso ancora più evidente l’attualità e la profondità di quel messaggio: è arrivato il momento di fare squadra per dare una speranza al pianeta, promuovendo a livello locale e quotidiano buone pratiche. Non deleghiamo solo ai grandi, che mi auguro in questi giorni faranno del loro meglio per essere realisti e tracciare linee guida che vadano in questa direzione, ma impegniamoci singolarmente nel fare le scelte giuste. Il percorso da fare è lungo ma confido nella moltitudine e nell’ottimismo della volontà.

Slow Food ha lanciato una campagna – Food for Change – per ricordare a tutti che le nostre scelte alimentari possono cambiare le cose, e i progetti che portiamo avanti in oltre 150 paesi dimostrano che un altro modo di produrre è possibile.

Carlo Petrini

Da l’Avvenire del 04-12-2018

 

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