Pollo al cloro e altre meraviglie

A farmer veterinary walks inside a poultry farm

Quali altre innovazioni dalla moderna agricoltura americana verso il Regno Unito?

Una delle prime conseguenze dei nuovi accordi bilaterali tra Regno Unito e Stati Uniti potrebbe essere l’alleggerimento delle restrizioni sulle importazioni di cibo dall’America, spianando così la strada a prodotti vietati fino ad ora. Ma cosa significherebbe concretamente per i consumatori britannici?

A causa dell’incombente Brexit, il Regno Unito non sarà più tenuto a rispettare gli standard di igiene alimentare stabiliti dall’Unione Europea, e i termini di qualsiasi accordo futuro con gli Stati Uniti saranno probabilmente dettati dalla difesa del libero mercato, a discapito di chissà quali tutele. Questo vuol dire che, solo per fare un esempio, il manzo arricchito di ormoni per la crescita e i polli lavati con il cloro potrebbero entrare liberamente sul mercato britannico.

Lo sappiamo, non è certo la prima volta che la questione della produzione di carne emerge all’interno degli accordi commerciali con gli Stati Uniti. Anzi, a dirla tutta è stato uno degli ostacoli che il TTIP non è riuscito a superare. L’Unione Europea si è sempre rifiutata di accettare cibi provenienti dall’America che non rispettassero i suoi alti standard di sicurezza alimentare, ma ovviamente adesso, dopo la Brexit, è tutta un’altra storia per il Regno Unito.

Ovviamente Shane Holland di Slow Food Regno Unito si schiera a favore degli «alti standard presenti nel Paese, che adesso tutelano sia gli animali che gli allevatori». E continua: «Crediamo che un allevamento rispettoso sia di gran lunga da preferire a quello che ricorre a bagni di candeggina, così come sia meglio allevare gli animali rispettando i loro tempi e cicli di vita piuttosto che nutrirli con antibiotici e ormoni, con tutte le conseguenze che queste sostanze hanno poi sulla salute. Non si tratta di una gara a chi mette in pratica condizioni peggiori, ma di ricerca degli standard più elevati possibile. La nostra campagna contro il TTIP ha dimostrato come i consumatori desiderino tutelare i nostri standard. E questa è una questione che nessun allevatore statunitense dovrebbe ignorare».

Di opinione decisamente contraria la voce che giunge dall’altra sponda dell’oceano, dove James Sumner, del Poultry and Egg Export Council, sostiene che la vera ragione per cui l’Europa rifiuta i polli lavati con il cloro sia mero protezionismo: «la verità è che non vogliono i nostri prodotti nel loro mercato, e il cloro costituisce la scusa perfetta». Ammesso che questo possa essere plausibile (forse) per qualche grande lobby, non costituisce sicuramente la base delle obiezioni e resistenze di Slow Food.

Il motivo per cui si disinfettano le carcasse di polli con il cloro e altre sostanze chimiche costituisce in realtà una tacita confessione da parte degli allevatori: la verità è che le condizioni igieniche in cui vivono gli animali sono molto scarse. Invece di migliorare il loro benessere e le condizioni dell’azienda, quindi, i produttori preferiscono semplicemente lavare con il cloro le potenziali carcasse infette, il tutto senza specificarlo ai consumatori, ovviamente! Questo, ça va sans dire, è contrario alle nostre politiche di benessere animale e ai princìpi di buono, pulito e giusto a cui ci ispiriamo da oltre 30 anni. Ma vogliamo parlare della carne agli ormoni? Qui le discussioni ci fanno fare un passo indietro di decenni, a una questione legata a doppio filo alla salute di persone e animali, senza menzionare quanto sia immorale accelerare artificialmente il ciclo di vita negli allevamenti o senza addentrarci nella crisi della resistenza agli antibiotici che ci troviamo ad affrontare (inoltre, per dare un ultimo dato, pare che il 70% di tutti gli antibiotici usati negli Stati Uniti sia destinato all’alimentazione animale). Insomma, possiamo solo sperare che il governo del Regno Unito non abbandoni completamente i suoi princìpi relativi al benessere animale quando lascerà definitivamente l’Unione Europea, e che resista alle pressanti richieste americane in favore di un commercio “libero”.

Fonti

The Guardian

The Washington Post

Crediti: http://healthydebate.ca 

Alessia Pautasso

a.pautasso@slowfood.it 

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