Piacere

Si conclude oggi il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. L’ultima è piacere.

Intorno al «mi piace/non mi piace» si sono nel tempo costruite tradizioni alimentari familiari, orti, ricettari con infinite varianti. Era una cosa semplice, quel che ci piaceva o no, fino a poco tempo fa. Si davano per certe la cultura e la competenza di ognuno nel proprio ambito alimentare, e su quella base, che altro non era se non la base culturale di un gusto, il mi piace/non mi piace assumeva, almeno per gli adulti, i toni dell’inappellabilità. I bambini e i ragazzi avevano qualche margine di variabilità, riconfermando il legame dell’idea di piacere con quella di un gusto che era in via di costruzione, e tuttavia le loro affermazioni erano considerate per quello che, in quel momento, significavano. Se un ragazzino di 12 anni, trent’anni fa, diceva «mi piacciono le melanzane» o «non mi piace il formaggio» diceva qualcosa che si inseriva a pieno titolo nel reticolo relazionale che collegava lui e la sua famiglia al proprio cibo. Il piacere soggettivo, in relazione al cibo, in situazioni culturalmente solide, è comunque un elemento che ha a che fare con una collettività, al punto che, in caso di disgusti particolarmente netti, l’intera famiglia finisce per rinunciare a un determinato alimento: che piacere c’è a portare in tavola e consumare il formaggio più buono del mondo, se sai che uno dei tuoi familiari passerà una serata d’inferno al solo sentirne l’odore? Ma se un ragazzino ci dice, oggi, che preferisce l’hamburger del fast food alle polpette di casa o che il budino dei pacchetti è più buono perché «non sa di uovo», sta raccontando un’altra storia.

Una storia fatta non di competenze ma di disconnessioni, una storia individuale in cui il suo gusto è, piuttosto, il risultato di una serie di fattori che tendenzialmente non hanno nulla a che fare con le competenze a proposito del proprio territorio, delle stagioni, delle tradizioni di famiglia. In fondo non hanno nemmeno tanto a che fare con il cibo. Il gusto di quei prodotti si muove in modo abbastanza grossolano, ma comunque disinvolto, negli ambiti più primitivi del nostro cervello. Il quale accoglie con favore il grasso e il dolce, fin dai tempi della preistoria, perché ha imparato che grasso e dolce sono anche “sicuri”. L’industria alimentare ne è ben consapevole, e a darle manforte ci sono le pubblicità, i suggerimenti sociali, l’idea che ci sia un modo socialmente più prestigioso di mangiare: a questo tipo di pressioni i ragazzini sono soggetti più di altri. Ma il sistema funziona anche con gli adulti. Alcuni decenni passati a favorire un impoverimento di competenze sul cibo e sull’agricoltura hanno portato al fatto che quando una parte della popolazione dice «mi piace» sta dicendo qualcosa di profondamente diverso da quello che diceva anche solo trent’anni fa.

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Dunque, da dove si riparte? Dall’idea di un piacere educato, condiviso e connesso. Perché non c’è piacere senza conoscenza o, meglio, il piacere che si basa sulla conoscenza e sulla relazione è un piacere più profondo, duraturo e solido. Possiamo affermare che una mela ci piace. Ma se di quella mela sappiamo che è biologica, che è stata prodotta da persone che non sfruttano il lavoro di nessuno, che ce l’abbiamo tra le mani perché qualcuno ha recuperato una varietà antica che rischiava di scomparire, se sappiamo tutte queste cose, quella mela ci piacerà molto di più. Possiamo dire che c’è un vino che ci piace più di altri, ma se quel vino possiamo versarlo anche nel bicchiere di un amico, raccontandogli la storia di quel prodotto e i motivi per cui lo amiamo (il vino, non l’amico, ma un racconto non esclude l’altro, né esclude che intanto raccontiamo di noi, come ci dimostra l’impareggiabile sequenza di Sideways in cui Miles racconta il suo amore per il Pinot Nero), ci piacerà molto di più. Possiamo pensare che i fiocchi di cereali la mattina ci piacciono, ma se scopriamo che quelle produzioni sono avvenute grazie a un’agricoltura di rapina delle risorse naturali, ad azioni di land grabbing che rendono più povere le popolazioni di Paesi lontani da noi, ma popolati da persone come noi, allora quei cereali ci piaceranno molto meno. Il piacere nasce, si amplifica e si radica grazie a conoscenza, condivisione e connessione, non certo quando ci si abitua a vivere, e ad alimentarsi, senza di loro.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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