Pesticide Action Week: l’agroecologia a tutela della biodiversità

Slow Food aderisce alla Settimana internazionale contro i pesticidi, organizzata dal Pesticide Action Network (Pan) insieme ad altre organizzazioni: a partire da oggi, eventi locali, proiezioni di film, conferenze, seminari e mercati informeranno i consumatori sui rischi dell’uso dei pesticidi sull’ambiente e sulla salute e promuoveranno l’uso di metodi alternativi.

I danni causati dai pesticidi sono ormai dimostrati scientificamente: insetticidi, erbicidi e fungicidi inquinano l’ambiente, compromettono la nostra salute, destabilizzano l’ecosistema e riducono la biodiversità. Eppure, per garantire elevati standard produttivi, buona parte del mondo agricolo continua a farne un largo impiego. Le soluzioni alternative esistono, ma non si tratta solo di pratiche agronomiche diverse: è necessario un cambio radicale nel sistema di produzione e consumo del cibo.

Il sistema agricolo attuale ha assunto le caratteristiche dell’industria e i suoi principali obiettivi sono aumentare le quantità prodotte, massimizzare le rese e raggiungere i mercati internazionali. Un modello basato sull’uso crescente di derivati del petrolio (per pesticidi, fertilizzanti e carburanti) e sullo sfruttamento indiscriminato di risorse naturali come suolo, acqua, foreste, oceani, considerati alla stregua di materie prime da consumare.

Slow Food, insieme a molte altre organizzazioni, promuove una strada diversa, che mette al centro il valore del cibo e la dignità di chi lo produce. Un modello ben sintetizzato dall’agroecologia, capace di fondere aspetti sociali, ambientali, culturali ed economici. Alla base di questo cambiamento, ci sono diversi fattori: la riscoperta dei territori, la difesa della fertilità dei suoli e della biodiversità, la riduzione degli sprechi alimentari, il sostegno a diete alimentari più sostenibili e salutari (ad esempio tramite una drastica riduzione dei consumi di carne), un’etichettatura trasparente (che racconti anche la tecnica di coltivazione e indichi tutti i prodotti impiegati per la difesa delle colture), il recupero dei saperi tradizionali e, di pari passo, maggiori investimenti su una ricerca pubblica che risponda in primis ai bisogni dei cittadini. Dentro questo quadro, una drastica riduzione dei pesticidi è più che realistica.

E ci sono già molti produttori capaci di testimoniare che si può fare: è possibile bandire la chimica di sintesi dai campi, senza compromettere la produzione.

 

Nella cittadina di Thénac, a circa 100 chilometri da Bordeaux, in Francia, François de Conti coltiva la sua vigna senza usare trattamenti chimici e la difende solo con preparati naturali (in particolare di ortica). Da quando ha adottato metodi biologici per la coltivazione, riesce a trasformare in vino l’80% delle sue uve, mentre prima quasi il 40% del prodotto era scartato per la scarsa qualità.

«Oggi, alcuni vigneti biologici stanno producendo colture di migliore qualità e a più alto rendimento rispetto a quelli convenzionali. In parte questo è dovuto al fatto che i produttori biologici sono in grado di riconoscere i problemi in campo prima ancora che si presentino in modo grave e soprattutto si diffondano. Nella mia vigna faccio attenzione a tutto l’ecosistema circostante: a volte le piante che circondano la vigna possono presentare i problemi prima che la vigna stessa venga attaccata. Ci vuole un’acuta capacità di osservazione e conoscenza tecnica, ma il vantaggio è che si può andare oltre l’uso dei pesticidi e di altre sostanze chimiche, tutelando l’intero ecosistema».

Mimmo Coppola, che conduce un’azienda agricola biologica nel trapanese (Sicilia, Italia), è ancora più categorico: «Un’agricoltura alternativa e biologica non solo è possibile: è necessaria. Sono un tecnico, prima ancora che un agricoltore, e quindi so bene quanto fanno male tutti i prodotti chimici usati nell’agricoltura convenzionale». La sua azienda comprende 100 ettari di terreno su cui vengono coltivati a rotazione grani antichi come tumminia, maiorca, biancolilla e farrò monococco, la varietà locale di pomodoro pizzutello, il melone cartucciaro (Presidio Slow Food), la fava San Pantaleo, l’aglio di Nubia intrecciato (Presidio Slow Food) e la lenticchia della Valle di Erice. «Amo tutto ciò che il progresso ha distrutto. – conclude – Cerco sementi antiche coinvolgendo i contadini più anziani, le riproduco presso la mia azienda e le coltivo usando solo rimedi antichi, come l’aglio macerato o la pietra macinata. Le tradizioni e i saperi antichi possono salvarci da questo moderno avvelenamento collettivo. Certo, ci vuole pazienza e duro lavoro. Ma se l’agricoltura industrializzata non spingesse verso la sovrapproduzione, facendo crollare i prezzi dei prodotti, noi agricoltori biologici potremmo continuare nel nostro lavoro e dimostrare che è possibile coltivare senza pesticidi, nel rispetto dell’ambiente e della salute».

Melone cartucciaru

Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food, afferma: «Il rapporto uomo – natura è la grande sfida che ci attende per garantire la sopravvivenza della nostra specie. Credo che su questo siamo tutti d’accordo. Ma allora perché si fa tanta fatica ad accettare l’idea che coltivare, allevare, nutrirsi deve essere in armonia con la biodiversità, la salubrità delle acque e della terra? I pesticidi con questa visione del mondo non c’entrano nulla: occorre trovare i tempi e i modi per eliminarli una volta per tutte senza danneggiare i coltivatori e i cittadini».

A cura di Slow Food internazionale
international@slowfood.com

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