Pesci allevati con antibiotici e ormoni: non siete i benvenuti nel nostro piatto!

Per eludere controlli e pagare meno tasse, il pescato proveniente dalla Cina attraversa diversi Paesi prima di arrivare nei nostri piatti, rendendo così fumosa l’origine.

Vi proponiamo una riflessione di Colles Stowell, fondatore della OneFish Foundation, che si batte per migliorare la consapevolezza sulla pesca sostenibile e la possibilità di influenzare ambiente e mercato con le nostre scelte. Il suo racconto parte proprio dalle scuole, dove, non appena comincia a parlare di allevamento e acquacoltura, rivelando che negli Stati Uniti il 90% del pesce è importato, spesso e volentieri si sente rivolgere sempre la stessa domanda: “perché dovrebbe interessarci?“

Allevamento intensivo (con relativa comunità di allevatori) nella Luoyuan Bay, provincia cinese di Fujian http://onefishfoundation.org

«Solitamente inizio inquadrando il tema a livello globale, raccontando agli studenti che la maggior parte del pesce che mangiano arriva da Paesi che utilizzano parecchie sostanze chimiche e non rispettano gli stessi standard di sicurezza degli Stati Uniti. Parliamo di Cina, Tailandia, Cile, Ecuador… ma soprattutto la loro espressione cambia quando spiego come sono utilizzati antibiotici, ormoni e candeggina: ecco, improvvisamente sono interessati alla provenienza del loro pesce».

Un’altra domanda frequente nell’esperienza di Stowell è perché questo succeda, quesito tutt’altro che di facile risposta. Oltre ai controlli e agli standard di ogni Paese (o dell’Unione Europea, nel nostro caso), influiscono anche le abitudini dei consumatori. «Negli USA, per esempio, mangiamo parecchi gamberi, ma non vogliamo pagare troppo per acquistarli. Quindi finisce che la maggior parte dei consumatori scelga gamberi provenienti dal Sudest asiatico senza preoccuparsi di leggere l’etichetta o di capire da dove arrivino».

Mancanza di trasparenza

Allevamento in Vietnam

La questione è complessa ed è legata alle regole del commercio internazionale, ben spiegata da un recente rapporto di Bloomberg Business secondo il quale gran parte del pesce proveniente dalla Cina, che possiede il 60% dei 90 miliardi di dollari del mercato globale dell’acquacoltura, in realtà è spedito attraverso altre nazioni prima di arrivare nell’emisfero occidentale. E questo per eludere esose tasse o ispezioni accurate. Questo fenomeno, chiamato “transshipping”, letteralmente trasbordo, si sta diffondendo sempre più e purtroppo è molto difficile da individuare, rendendo così fumosa l’origine del pescato.

Qualche esempio

Non vogliamo spaventarvi, ma vi lasciamo comunque qualche spunto di riflessione: l’Asia ha alle spalle una tradizione secolare che lega l’acquacoltura e l’agricoltura: gli escrementi dei maiali vengono riversati nei laghi dove nuotano tilapia e oche, e la tilapia si nutre essenzialmente di questi escrementi. Con l’incremento di malattie nei maiali, gli allevatori hanno cominciato a curarli con antibiotici, che inevitabilmente finiscono nelle acque. In altri casi sono gli stessi pesci o i gamberi a essere trattati con antibiotici per sconfiggere le malattie, il che ha dato vita a insetti e microbi resistenti agli antibiotici, che stanno diventando sempre più comuni (e aggressivi).

Quindi quale può essere la soluzione?

Laghetto per l’allevamento di gamberetti in Tailandia

«Leggere le etichette, fare domande. E se non trovate pesce sostenibile e locale, considerate altre opzioni», continua Stowell. «Se invece dovete per forza mangiare gamberi allevati in Tailandia, siate coscienti delle implicazioni per la salute e del sostegno che state dando a quegli esportatori che hanno più a cuore il loro profitto che la salute dei consumatori».

Perché la verità è che non possiamo cambiare la rete della pesca sostenibile locale se prima non ci approcciamo in modo più consapevole alla questione.

Ma attenzione, non vogliamo demonizzare l’allevamento ittico in senso lato: esiste anche quello estensivo, infatti, che si basa esclusivamente sull’uso di risorse naturali, senza alcun apporto nutritivo da parte dell’uomo. Quello che fa male all’ambiente e alla nostra salute è invece intensivo, dove la densità di allevamento va oltre la naturale produttività dei bacini e in cui l’intervento dell’uomo è determinante, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione, basata su mangimi ricavati da farine di origine animale, e che ha conseguenze devastanti sull’ambiente circostante, pensiamo solo alle foreste di mangrovie del Sudest asiatico.

Di questo e di molto altro parleremo a Slow Fish, l’evento dedicato al mondo ittico e alle sue risorse che torna a Genova dal 18 al 21 maggio. Ti aspettiamo!

Fonte: http://onefishfoundation.org/2017/01/aquaculture-antibiotics-and-their-dark-path-to-our-diets/

Alessia Pautasso

a.pautasso@slowfood.it

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