Il paradosso dell’industria alimentare globale che spinge all’emigrazione

La partecipazione alla marcia di Milano “Insieme senza muri”, il 20 maggio; la conferenza “Un mare di culture”, a Genova, il 21 maggio; e dal 9 all’11 giugno il Migranti film festival, a Pollenzo, che rientra nel progetto Migrarti. Siamo tutti migranti, e crediamo che le differenze culturali ed etniche siano un valore, una ricchezza. Per questo, come Slow Food e Università di Scienze Gastronomiche continueremo a impegnarci su questo tema.

Prince Bony era un produttore di pomodori. Viveva nel distretto di Bolgatanga, in Ghana. Parte del suo raccolto era venduto fresco, e parte veniva portato in una fabbrica nei dintorni per essere trasformato in concentrato. Ma quando arrivò il concentrato straniero, a prezzi più bassi, la fabbrica chiuse. Prince Bony, trovandosi senza lavoro, si vide costretto a cercarselo altrove, fuori dal suo paese di origine. Attraversò prima il deserto e poi il Mediterraneo. Arrivò in Italia, all’età di vent’anni.

Oggi Prince Bony ne ha 30 e lavora in un campo di pomodori come bracciante. Le sue condizioni sono quelle permesse dal caporalato: 3 euro ogni 3 quintali di pomodori raccolti, 50 centesimi trattenuti dal caporale più quelli spesi per il trasporto ai campi. Dorme in una masseria abbandonata e ogni estate deve sgomitare tra 2500 altri braccianti, per lo più africani come lui, per poter guadagnare meno di 30 euro al giorno. Questa è la vita di Prince Bony in Italia. Intanto il suo paese viene inondato da concentrato di pomodoro proveniente dall’Italia (che a sua volta ne compra in grandi quantità dalla Cina).

Un cortocircuito, un paradosso della globalizzazione forse troppo poco lampante agli occhi di quell’opinione pubblica che invoca la chiusura netta delle frontiere.

La combinazione tra agricoltura sussidiata in Europa e l’abbassamento dei dazi imposto ai Paesi africani ha prodotto una concorrenza “sleale” che spinge le fabbriche dei Paesi poveri a chiudere e gli abitanti a cercare lavoro altrove.

È questo il quadro da cui è partito il giornalista Stefano Liberti per affrontare il tema dell’immigrazione, «una delle più grandi sfide che l’umanità si trova ad affrontare in questo momento storico», come l’ha definita Eva Kallinger, corrispondente del settimanale tedesco Focus, durante l’appuntamento a Slow Fish.

La storia di Prince Bony ha spinto Liberti a scrivere un libro, intitolato I signori del cibo, in cui racconta di come l’industria alimentare stia cambiando il mondo. «Queste sono le cause dell’immigrazione che andrebbero indagate» spiega Liberti. «Eppure la nostra politica preferisce concentrarsi sugli effetti dell’immigrazione per incassare voti. Rovesciare questo paradigma è possibile, ma per farlo c’è bisogno di un profondo mutamento culturale che parta dalla domanda: in quale tipo di società vogliamo vivere?»

Per Liberti la scelta di Angela Merkel di aprire le frontiere «è stato un gesto di grande coraggio purtroppo ignorato dagli altri paesi. Ma per vedere gli effetti dell’immigrazione basta guardare il nostro, di paese: ci sono borghi ripopolati e scuole che hanno riaperto. Sono questi i fattori positivi che andrebbero messi in risalto».

«Da sempre sosteniamo che la drammaticità del fenomeno migratorio sia collegata anche al settore alimentare» interviene Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia: «La divisione tra il mondo ricco e quello povero è troppo ampia, c’è troppa disuguaglianza. Continuare e fare finta di nulla è da folli. Dobbiamo invece preoccuparci di una distribuzione più uniforme delle risorse e delle opportunità».

La politica si è spesa molto per favorire gli scambi commerciali affinché le merci possano viaggiare con estrema facilità. Chiude Pascale: «Se a circolare con la stessa facilità fossero le persone avremo più scambi, più rete tra comunità. Favorire gli incontri contribuirà a combattere le paure e rinforzare la solidarietà».

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

 

Alla conferenza Un mare di culture, a Genova, hanno partecipato:

Cheikh Guisse, associazione senegalese di Genova
Andrea Pescino, associazione Orto Collettivo
Stefano Liberti, scrittore

Ha moderato:

Eva Kallinger, giornalista

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus