Paesaggio

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è paesaggio.

Il paesaggio, come fatto culturale, è un’invenzione della cultura aristocratica, che ricercava “il bello sguardo”, considerando paesaggio la porzione di territorio di cui lo sguardo poteva godere. Da quell’idea di paesaggio erano certamente esclusi i quartieri popolari, le zone di produzione artigianale e forse, più in generale, l’elemento urbano. Le antiche ville che vediamo in cima alle più belle colline d’Italia dimostrano che, dal Rinascimento in avanti, le persone con adeguati mezzi economici e culturali non cercavano solo un bel posto dove stare, ma anche un posto dal quale guardare il mondo. Il benessere e il prestigio che ricevevano dalla comodità e dalla bellezza della loro abitazione si accompagnavano e crescevano in virtù della gratificazione che ricevevano da ciò che, da lì, potevano ammirare.

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Paesaggio non è più ciò su cui si esercita “il bello sguardo”

È tutto quello su cui cade il nostro sguardo, non importa se siamo in periferia, in una zona industriale o vicino alle grandi infrastrutture. Il paesaggio smette di essere un oggetto che riguarda unicamente la percezione e diventa un oggetto che riguarda la vita e la sua qualità. Se intendiamo in questo modo il paesaggio, aumentano necessariamente i temi che lo riguardano e di cui si devono occupare coloro che di paesaggio si interessano. L’idea di bellezza ora si fa più complessa e ricca, perché si contamina e si intreccia con altre istanze: la salute, la naturalità, la possibilità di fruizione quotidiana, la sicurezza e ovviamente l’ambiente nel senso più ampio.

Ora: chi fa il paesaggio così come lo intendiamo oggi? Gli architetti e gli urbanisti possono fare un parco, o un giardino, su richiesta di un committente, ma il paesaggio non più. Quando diciamo paesaggio ci vengono in mente almeno due cose: i centri urbani, con una maggiore o minore quota di zone verdi, e le zone rurali.

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Il paesaggio non può che essere il prodotto di un’agricoltura di qualità e di piccola scala

La piccola scala è importante perché garantisce biodiversità, che si traduce in un alto tasso di variabilità allo sguardo. Le monocolture di impronta industriale sono monotone, e raccontano quello che hanno fatto sparire più che quello che c’è.

Però le aree urbane sono intimamente legate alla ruralità. Lo stato delle zone rurali dipende dai comportamenti della città e da quanto la città espelle dal suo centro, lasciandolo percolare nelle prime periferie. Al contrario, i parchi agricoli periurbani multifunzionali che nutrono e educano le città, i patti tra città e campagna in termini di produzione e consumo, questi sono gli elementi di origine “urbana” che oggi fanno il paesaggio. Tuttavia chi, in ambito amministrativo, si occupa di pianificazione del paesaggio non tiene in alcun conto l’agricoltura. La pianificazione del paesaggio da parte delle città si riferisce sostanzialmente al “costruito”.

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Vincolare oggi dovrebbe significare favorire la permanenza degli agricoltori sulle colline, con politiche condivise e intersettoriali. La pianificazione urbanistica, di per sé, non è in grado di affrontare i problemi delle periferie né quelli delle aree rurali in termini di benessere e di qualità della vita. L’agricoltura deve entrare a far parte dei pensieri e dei progetti di chi si occupa di città e di paesaggio, fermando così anche il diluvio urbanistico che cancella le campagne.

Dobbiamo smetterla di considerare le aree agricole come aree di serie B, perché è solo grazie a quelle aree, e a come le manteniamo in vita, che abbiamo ancora un paesaggio – nella sua accezione contemporanea – di cui godere.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

 

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