Orto

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia. Ogni sabato vi presenteremo una parola simbolo dell’associazione e ne ripercorreremo insieme la storia. La parola di oggi è orto.

In principio era l’orto. Dietro casa, davanti a casa, lontano da casa, ma un orto c’era sempre. Per qualcuno era un’attività minore rispetto all’attività agricola prevalente – produzione di grano, frutta, latte, carne –, per altri era la testimonianza di essere stati, in passato, agricoltori, personalmente o attraverso i propri avi. Ma l’orto non si discuteva. E infatti proprio non se ne parlava. Non era né un valore né qualcosa di cui vantarsi. Semplicemente non esisteva che si andassero a comprare i pomodori d’estate. Lo facevano i “cittadini”, ma quella era gente strana. I movimenti dalle campagne alle città spostarono verso i centri urbani anche gli orti.

Avvicinandosi alle stazioni metropolitane, fino a poco tempo fa si potevano vedere sequenze disordinate di piccoli e piccolissimi appezzamenti, corredati da capanni degli attrezzi più o meno fatiscenti. Ma le generazioni che avevano creato quegli orti invecchiarono e non furono rimpiazzate. ORTO_SF0082949Gli orti poco per volta sparirono, i supermercati potevano offrire qualunque frutta e qualunque verdura in qualunque stagione, quindi perché affannarsi, stancarsi, sporcarsi? E, soprattutto, la grande domanda era: chi ce l’ha più il tempo per fare l’orto? La discesa dell’orto verso la parte bassa delle montagne russe era iniziata. Per un paio di decenni gli orti sparirono non tanto e non solo dalle case, ma anche dalle conversazioni. Negli anni Ottanta (che si conclusero alla fine dei Novanta) non si parlava di orti nella Milano da bere. Al massimo, la domenica, si andava in cerca di un posto “carino” in cui far pranzo, e allora se era in campagna si poteva, per qualche ora, far finta di sentire la mancanza di una relazione autentica con la natura e il lavoro manuale, per poi tornare in centro, alle proprie case rassicuranti in cui al massimo vivacchiava, dimenticato in un angolo, un ficus benjamin.

L’affresco perfetto lo ha dipinto Pierangelo Bertoli in Serenata: «Quando spinti verso un trip turistico/sciamano in periferia/cercano il naif tra i poveri/o gli indiani della prateria/degustando cibi tipici/deboli di calorie/posano preziose natiche/sulle panche delle trattorie». Poi però, pian piano, iniziò la risalita. Iniziò dalle scuole, e probabilmente dagli Stati Uniti, dove Alice Waters, chef e proprietaria di un ristorante (Chez Panisse) a Berkeley, California, aveva, già negli anni Settanta, iniziato a riscrivere la storia della consapevolezza agroalimentare degli Stati Uniti d’America. I bambini avevano bisogno di capire la natura frequentandola, non leggendola sui libri, perché rischiavano di sapere tutto sulle foreste pluviali della zona tropicale, ma di non avere più la minima idea di come fosse fatta una pianta di pomodoro. Bisognava ricominciare dalle scuole e da quel programma di Edible Schoolyard che ebbe immediatamente tanto successo e che venne accolto, per il tramite di Slow Food, anche in Italia, dove oggi si realizzano orti scolastici dagli asili nido alle università. Gli orti scolastici crebbero di numero e varietà e riportarono non solo i bambini a contatto con il cibo, ma anche gli insegnanti a contatto con la complessità del vivente, e le famiglie a contatto con la scuola. Gli orti insegnano tanto, e le questioni agronomiche sono solo una piccola parte: insegnano la storia, la geografia, la chimica; insegnano la pazienza, l’attesa, il senso del limite, la possibilità del fallimento; insegnano la gioia dell’occuparsi di un vivente e la responsabilità che questo comporta; insegnano la cooperazione tra le generazioni (tanti orti scolastici coinvolgono anche i genitori o i nonni degli allievi) e la parità di genere.

Cominciò a diffondersi l’idea che prendersi cura di un orto non è cosa che fa bene solo ai bambini. Nacquero esperienze di orti cittadini, sociali, comunitari… e tornarono gli orti individuali: sui balconi quando non c’era terra a disposizione, altrimenti su qualunque – anche minima – superficie disponibile. La risalita continuava. La crisi degli ultimi anni l’ha aiutata. L’orto produce cibo, con poca spesa e molta soddisfazione. Il tempo ce l’abbiamo, ce l’abbiamo sempre avuto, è sempre stata una questione di scelte. Quel che non si sa all’inizio di una stagione si può imparare chiedendo ai più esperti, o semplicemente sbagliando un po’. Alla stagione successiva saremo più bravi. Così l’orto è tornato non solo fisicamente, ma anche nelle conversazioni ed è approdato anche sui social network: Grow the Planet è un social dedicato a chi fa l’orto. Non a chi vuole giocare con un orto virtuale (ci sono anche i giochi, comunque, ed è un buon segnale) ma a chi l’orto ce l’ha davvero o vuole iniziare a curarne uno, e vuole imparare, insegnare, comunicare, raccontare se stesso parlando del suo orto e coordinandosi con gli altri utenti per incontri “live” e scambi reali di prodotti.

Attraverso l’orto re-impariamo le stagioni e i sapori veri, due fattori che rischiavamo di non riconoscere più: così diventiamo consumatori più attenti, autori del nostro kmO, e anche quando la frutta e la verdura la compriamo al supermercato, o dai contadini, saremo in grado di riconoscere quella di qualità, quella di stagione, sapremo valutarne il pregio e spendere bene i nostri soldi.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

Una domenica ogni due, noi e gli amici di Una parola al giorno trattiamo in parallelo una parola che riguarda la cultura del cibo – e non solo. Puoi leggere la definizione di Una parola al giorno a questo link.

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