Oltre la crisi – Una chiacchierata tra Carlo Petrini e Serge Latouche

Che cos’ha in comune Slow Food che difende il diritto al piacere per tutti con la teoria della decrescita? Le due parole, piacere e decrescita, sembrano aver ben poco da spartire. Eppure stiamo (per fortuna) imparando a scoprire il contrario, con quelle che paiono rinunce e che invece spesso cambiano i nostri comportamenti quotidiani e alla fine si rivelano conquiste, successi. E forse anche la collettività ha iniziato un altro percorso, o forse no, ma sono evidenti i segnali della necessità di cambiare modello di riferimento. Di cambiare paradigma.

È stata una lunga chiacchierata quella che giovedì scorso (in occasione di Aspettando Collisioni, a Bra) ha visto protagonisti Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Serge Latouche, economista, antropologo, filosofo… Latouche ha cominciato a parlare di globalizzazione quando la parola non era nemmeno nei dizionari, ma da poco era stato pubblicato il rapporto dell’associazione non governativa Club di Roma sui limiti dello sviluppo e la fine del petrolio. Ha riletto i liberali classici e il padre del comunismo e ne ha concluso che né il capitalismo concorrenziale teorizzato dai primi, né l’economicismo statalista dei marxisti sarebbero stati capaci di dar vita a una società in equilibrio con l’ecosistema. Entrambi, anzi, avrebbero portato al collasso. Così ha messo in discussione il concetto di sviluppo come progresso, teorizzando la necessità di un dopo-sviluppo, della decrescita: l’uscita dal dominio dell’economia e una rifondazione culturale, fondata sulla limitazione dei bisogni.
Già, ma decrescita è una parola che nel nostro sentire comune richiama tutt’altro che gioia o ricchezza, tanto che, apre Petrini, «A decrescita si aggiungono aggettivi che paiono aver il compito di stemperare il pugno nello stomaco che la tua teoria arreca a molti politici ed economisti, che effetto ti fa questo elemento di felicità?»

Latouche: «In realtà, io parlo di decrescita serena, sostenibile, non sono sicuro che la decrescita porti felicità come non lo sono assolutamente del fatto che possa farlo la crescita infinita del Pil. Parlare di decrescita è sempre stato uno slogan provocatorio per attirare l’attenzione sulla necessità di far diminuire le merci e far crescere i beni. Una società di crescita è una società che si è lasciata fagocitare da un’economia che non ha più altra ragione d’essere che la crescita all’infinito e dunque l’aumento esponenziale dei consumi che presuppone illimitatezza nella produzione di rifiuti, illimitatezza dello sfruttamento esasperato delle risorse, dell’inquinamento, avvelenamento della terra e dell’acqua. Il nostro obiettivo dovrebbe invece essere la crescita della gioia di vivere, la crescita della qualità dell’aria, dell’acqua, non la crescita delle merci. Perché una crescita all’infinito non è compatibile con un pianeta finito, lo capisce anche un bambino».
E continua Petrini: «L’egemonia dell’economia ha due secoli, prima c’erano altri modelli a guidarci che provenivano dal pensiero filosofico, storico. Ci guidava la politica. Ora, come dici tu, siamo fagocitati dall’economia. Ma distinguiamo tra le varie economie. Il dominio di questo tipo di economia si consolida dopo la rivoluzione industriale e trova nell’accumulo la sua ragione d’essere. Finché è arrivata la crisi entropica… Questo tipo di economia ha distrutto quella di sussistenza che per millenni ha caratterizzato l’economia agricola. Che è un tipo di modello che mal si sposa al produttivismo sfrenato basato sull’accumulo, l’economia industriale e monoculturale e il disprezzo verso l’economia della sussistenza. Quindi la figura del contadino è stata relegata a quella di gretto, ignorante, si suggeriva ai contadini di diventare “imprenditori agricoli”, di uscire dall’economia di sussistenza per entrare in quella dell’accumulo. E l’economia di sussistenza che suggeriamo (in linea con le tue teorie della decrescita) viene invece intesa come miserevolezza, povertà, indigenza. Ma continuo a sostenere che l’accumulo non ci rende più ricchi, ci ricatta. Un pensiero che condividiamo. Nei tuoi primi discorsi guardavi a Slow Food, come leghi le due realtà?».
Latouche: «Ora dovremmo puntare alla prosperità senza crescita: la cosa importante è reinventare l’economia che ha divorato la società. Dobbiamo riprendere possesso. È vero la sussistenza, la sobrietà viene intesa come povertà, miseria. Ma noi auspichiamo a quella che Berlinguer chiamava austerità rivoluzionaria, non quella imposta dai governi, ma la frugalità, ritrovando il senso dei limiti, mettendo da parte l’avidità. Il legame forte tra le mie teorie e Slow Food è evidente, sin da quando hai affermato che un ambientalista che non è gastronomo è un personaggio triste e un gastronomo che non è ambientalista è un imbecille. È viva la necessità di trovare le forme di produzione alimentare che rispettino la Madre Terra, che producano un cibo vero. Al cibo si lega l’arte di vivere, l’etica, la medicina: Ippocrate diceva “lascia che il tuo alimento sia il tuo medicamento”. Oggi invece il cibo è diventato veleno. Dobbiamo ritrovare il senso del sacro del cibo e questo fa parte della decrescita, anche laica, perché il cibo è un dono della natura, della terra. E questo è il programma della decrescita come di Slow Food: che il tuo alimento sia il tuo sacramento».
Ribatte Petrini: «Per la prima volta siamo davanti al rischio della fine dell’umanità, una follia come questa è insostenibile da qualsiasi parte la si guardi. Però manca la coscienza che la maggior causa di questo disastro sia la produzione alimentare. Si produce per sprecare e intanto i contadini spariscono… quando non ce ne saranno più mangeremo computer?».
«La tragedia più grande del Dopoguerra è stata la fine della agricoltura contadina, che ha segnato la fine del paesaggio, dell’ambiente, lo squilibrio dell’ecosistema perché ne sono mancati i custodi», argomenta Latouche. «Non so se la produzione alimentare sia la causa prima del disastro ambientale, credo che auto e petrolio facciano il loro gioco, ma oggi anche il cibo è petrolio. Non sono sicuro che con l’agricoltura sostenibile si potranno nutrire le popolazioni del futuro, ma sono sicurissimo che non si potrà fare con l’agricoltura produttivista: nel 2050 non ci sarà più un albero da distruggere per lasciare spazio alle monocolture, aumenterà desertificazione e diminuirà la produzione. Non ci sarà la terra per produrre cibo…»
«Non possiamo però guardare solo all’esterno, al sistema. Molto dipende dalle nostre scelte individuali: per esempio cosa consumiamo e soprattutto cosa sprechiamo. Dovremmo iniziare a guardare dentro al nostro frigorifero…», commenta Petrini.
E l’economista argomenta: «Sono d’accordo che non dobbiamo cercare il nemico solo all’esterno. È vero che anche noi siamo complici, ma siamo parte di un ingranaggio. Guardiamo per esempio le battaglie contro gli Ogm: ne abbiamo vinte tante ma non siamo sicuri di aver vinto la guerra. Combattiamo contro forze molto potenti, noi abbiamo vinto tanti processi ma basta che ne perdiamo uno e siamo distrutti. Il capitale ha vinto e si è preso tutto. Speriamo non sia per l’eternità. È necessario certo cambiare i nostri comportamenti quotidiani ma dobbiamo cambiare il sistema, riprendiamo il nostro destino, riprenderci la società».
E al termine di questa stimolante chiacchierata, Petrini tira le fila: «Ma ci sono i segnali del cambiamento, impariamo a riconoscerli e a sostenerli: associazioni, gruppi d’acquisto, giovani consapevoli… tutto è già ricominciato con un milione di piccole rivoluzioni tranquille».

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it 

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