Olio di palma: le deforestazioni non si fermano

A dieci anni dalla pubblicazione del rapporto di Greenpeace How the palm oil industry is Cooking the Climate, la situazione dell’olio di palma non è poi così cambiata. Certo, i parziali successi avevano fatto sperare il contrario: Unilever, Nestlè, Golden Agri Resources, Wilmar, insomma alcuni tra i maggiori traders di olio di palma nel mondo, avevano annunciato l’adozione di politiche di conservazione delle foreste primarie del Sud-est asiatico, troppo spesso sacrificate per far posto a nuove piantagioni di palma. Nel frattempo il governo indonesiano istituiva l’Ipop (Indonesian Palm Oil Pledge), un gruppo di lavoro tra aziende e istituzioni per discutere su come rendere più sostenibile la filiera dell’olio da palma, nel quale confluirono Asia Agri e Cargill. Insomma, sembrava che i big del settore non solo si fossero accorti del problema, ma pure che avessero cominciato a considerare un modo per risolverlo.

Sfortunatamente però, come riporta il nuovo report di Greenpeace, la promessa di un cambiamento reale e duraturo non è stata mantenuta. Nel luglio 2015 è ripresa la devastazione delle foreste e gli incendi hanno diffuso una foschia su tutto il Sud-est asiatico provocando la cancellazione di voli e la chiusura di scuole e uffici ma soprattutto obbligando milioni di persone in tutta la regione a respirare aria tossica per mesi.

La Banca Mondiale ha calcolato il costo del disastro in 16 miliardi di dollari, mentre i ricercatori delle Università di Harvard e Columbia hanno stimato in 100.000 le persone morte prematuramente a causa delle malattie respiratorie legate alle esalazioni.

Nel suo rapporto Greenpeace International ha recensito gli 11 traders mondiali dell’olio di palma (AAK, Apical, Astra Agra Lestari, Cargill, Gar, IOI Loders Croklaan, KLK, Musim Mas, Olam, HSA, Wilmar) per vedere quali progressi sono stati conseguiti da ciascuno di loro. In realtà, non solo i traders non sono stati in grado di rintracciare i loro fornitori di olio di palma, ma quasi sempre questi non sapevano garantire quando la filiera sarebbe diventata “deforestation-free”.

Certo la maggior parte dei brand che utilizzano olio di palma, incluse le 400 società riunite nel Consumer Goods Forum, si sono impegnati a “ripulire” la propria filiera di palma da olio entro il 2020, ma solo due dei traders esaminati da Greenpeace hanno detto che rispetteranno la scadenza (Cargill e Wilmar): la stragrande maggioranza non ha indicato scadenze, lasciando ai propri clienti il compito di fermare gli aspetti insostenibili dell’olio di palma.

Se da una parte il presidente indonesiano Joko Widodo si impegnava nell’unire gli sforzi per migliorare la filiera dell’olio di palma, dall’altra il suo (ormai ex) ministro per gli affari, Luhut Panjaitan, invitata le Ong presenti sul territorio a non intraprendere campagne diffamatorie contro l’industria. Una minaccia, nemmeno tanto velata, subito raccolta dal direttore generale del dipartimento governativo dedicato alle piantagioni che così ha espresso la sua idea in merito: «Se le compagnie rimarranno nel Ipop, sarà meglio per loro che lascino l’Indonesia». L’Ipop perdeva così il sostegno istituzionale sciogliendosi definitivamente nel 2016.

Insomma, gli sforzi degli indonesiani hanno avuto scarso effetto. Ma il Sud-est asiatico non può continuare a ignorare il problema. Nel frattempo l’Unione Europea ha iniziato a riflettere su come affrontare il suo ruolo nel finanziamento della filiera dell’olio di palma: ad esempio ha vietato l’utilizzo di biocarburanti prodotti con quest’olio, per limitare l’importazione di un prodotto insostenibile. Ma purtroppo non basta: milioni di ettari di foreste in Indonesia e Malesia continuano a essere distrutti per far posto a monocolture intensive di palma da olio.

Slow Food da anni ne condanna l’uso eccessivo nelle filiere alimentari industriali: l’olio di palma che arriva sulle nostre tavole come ingrediente in merendine, biscotti e molto altro, non ha niente a vedere con il succo che si ottiene dalla spremitura delle bacche delle palme. L’industria alimentare lo trasforma sbiancandolo, raffinandolo e frazionandolo (ce lo spiega bene qui questo studio dell’Efsa). Nei supermercati e nelle cucine arriva un grasso saturo (dal 50 all’80%) e insapore che, dopo aver devastato il pianeta, se consumato in eccesso è pronto a compromettere la nostra salute (danneggiando le arterie coronarie e aumentando il colesterolo).

Quella di Slow Food non è una condanna tout court all’olio di palma, quindi, ma al consumo industriale che se ne fa. Non basta sostituire l’olio di palma con altri grassi vegetali dalle caratteristiche simili, il vero obiettivo è scardinare l’intero sistema alimentare, riducendo drasticamente il consumo dei prodotti industriali. Esiste un olio di palma sostenibile, allora? Certo che sì. Slow Food ad esempio tutela con un Presidio l’olio di palma proveniente dalla Guinea Bissau: qui il prodotto è una risorsa fondamentale per le popolazioni locali, che preparano artigianalmente e lo utilizzano nella propria alimentazione quotidiana.

 

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

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