Olio Italico: quando il “nomen” non è “omen”

Chissà se nella antica Roma ci avevano azzeccato quando si convinsero che nel nome scelto per ognuno di noi è racchiuso il nostro destino.

Noi ormai razionali, occidentali fino al midollo, per niente fatalisti, pensiamo che il pensiero latino fosse una baggianata e se uno chiama il figlio Ugo, come suggeriva Massimo Troisi nel film capolavoro “Ricomincio da tre”, è perché quando lo chiama può essere sicuro che gli risponderà subito. Non ci viene in mente invece che Hugo ha il significato di “spirito perspicace” e nel chiamarlo così, magari, potremmo augurargli un po’ di acume nella vita.

Ecco, la vicenda che in questi mesi ha coinvolto il destino e il futuro dell’olio italiano è una di quelle in cui il nome conta eccome. Tutto parte da un accordo di filiera annunciato a giugno tra Federolio e Coldiretti che avrebbe riguardato la possibilità di imbottigliare 10 milioni di kg di extravergine in un prodotto chiamato appunto ITALICO, con un blend composto dal 50% di olio italiano e per la restante metà di oli provenienti da altri Paesi produttori come Spagna, Grecia, Tunisia.

Un Italico con il 50% di olio “non italico”? C’è qualcosa che non torna e non torna evidentemente a parecchi. In primis al Cno, il Consorzio nazionale degli olivicoltori, che ha lanciato una petizione su Change.org per salvare il vero olio extravergine d’oliva 100% italiano, e a Zefferino Monini, vice presidente di Federolio, che ha preso le distanze dalla decisione.

Coldiretti a luglio smentisce, ci ripensa, si appella alle “fake news” e tutto salta, per il sollievo di molti, compresi noi di Slow Food.

La questione suscita riflessioni e considerazioni non banali, la prima delle quali riguarda la motivazione che avrebbe spinto due grandi organizzazioni come Federolio e Coldiretti a pensare che la politica di gestione del patrimonio olivicolo italiano, il più apprezzato e richiesto al mondo, possa passare attraverso accordi che sono palesemente in contrasto con la necessità di chiarezza che il consumatore sempre di più manifesta.

È abbastanza chiaro che la scelta del nome avesse la finalità di richiamare una tradizione e una biodiversità tutta italiana, questo perché è ormai noto che il nome che “suona” italiano ha un riconoscimento sul mercato di almeno 2 euro rispetto alle altre produzioni.

È questa la ragione che ha indotto i grandi gruppi industriali dell’olio, come lo spagnolo Deoleo che è leader mondiale del settore, ad acquistare aziende italiane storiche come Carapelli. Ed è per questo che “olio italiano” continua ad essere un’espressione amata dai tanti consumatori ignari di comperare in realtà un olio “Made in Italy”, garantendo così alla Deoleo e agli altri gruppi utili consistenti.

Ci fermiamo qui, auspicando che si sia trattato veramente di una notizia “fake”, frutto di un rimbalzare di voci e responsabilità. Speriamo però che questa vicenda sia servita come monito per tutti noi e come invito a rimetterci all’opera per la tutela di qualcosa di unico al mondo, di un prodotto che affonda le radici nella storia della nostra civiltà.

Non smettiamo di informare e di rendere consapevoli tutti sul patrimonio di cui possiamo godere ogni giorno semplicemente rivolgendoci alla produzione agricola delle famiglie olivicultrici italiane, quelle che producono nel rispetto della natura e dei consumatori, mettendoci la loro faccia.

 

Francesca Rocchi

f.rocchi@slowfood.it

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