Ogm, la lotta per non finire in etichetta

Due anni fa lo Stato americano del Vermont ha avviato una legge, entrata in vigore solo venerdì scorso, che impone di specificare in etichetta se un prodotto contenga ingredienti geneticamente modificati. Un semplice riconoscimento del diritto all’informazione per il consumatore, che tuttavia è da decenni al centro di controversie negli Stati Uniti.

Si tratta di un provvedimento rivoluzionario? Si tratta di un tema divisivo? Macché. I sondaggi rivelano come nove americani su dieci siano favorevoli alla trasparenza sugli Ogm, ma la lobby dell’industria non ci sta. A contrastare l’entrata in vigore di questa legge, bloccata per due anni, sono intervenute azioni legali e la minaccia di ritiro dei prodotti in quello Stato da parte di aziende come la Coca Cola.

Se gli oppositori della nuova legge nel Vermont non c’è l’hanno fatta, si sono presi una rivincita al Senato degli Stati Uniti scavalcando così le decisioni dei singoli Stati. Qual è il compromesso raggiunto? Le aziende possono scegliere se indicare la presenza di Ogm con una scritta o un simbolo, servirsi di un QR code o – ancora – rimandare a un sito web o a un numero verde: insomma, una misura nata per evitare il “caos nell’industria” provoca una babele tra i consumatori. Una mossa non per informare, ma per confondere.

I critici della proposta senatoriale, tra i quali c’è Bernie Sanders, promettono opposizione dura. A noi preme sottolineare un paradosso emblematico: negli Usa come altrove si concede ai produttori biologici di riportare il “no Ogm” in etichetta anziché pretendere che siano gli alimenti Ogm, o quelli provenienti, ad esempio, da coltivazioni che fanno uso di pesticidi, a essere ben evidenziati sulla confezione.

In Italia, un recente rapporto del Ministero della salute ha indicato come il 2,6% degli alimenti provenienti dall’agricoltura convenzionale presenti tracce di Ogm, che da noi sono vietati. Chi ritiene che gli Ogm siano la soluzione a ogni questione alimentare non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad accettare che siano i consumatori informati a scegliere. Oppure sì?

 

Gaetano Pascale – presidente di Slow Food Italia

g.pascale@slowfood.it

da La Stampa del 3 luglio 2016

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