USA e Ogm in etichetta: Campbell’s rompe il fronte del big food

Questa volta non è la solita minestra: parliamo di Campbell Soup, storico marchio americano di zuppe condensate e cibi in scatola che Andy Warhol trasformò in icona della pop art. Venerdì scorso la multinazionale ha annunciato che segnalerà sulle etichette quali dei suoi prodotti contengono ingredienti geneticamente modificati. Non solo: con un’inversione di rotta radicale rispetto al passato, l’azienda dichiara di supportare l’introduzione obbligatoria di etichette che specifichino la natura Gm o “Ogm free” di ciascun alimento.

Un provvedimento al quale le lobby statunitensi del big food, come la Grocery Manufacturers Association di cui fa parte la stessa Campbell’s, si sono finora opposte con tutte le forze. Due le giustificazioni portate dalla grande industria alimentare a sostegno di questa posizione: si obietta innanzitutto che introdurre etichette più dettagliate imporrebbe “costi eccessivi” alle imprese. In secondo luogo, si teme che svelare la natura geneticamente modificata di molti prodotti scoraggerebbe i consumatori dall’acquisto, oltre a facilitare le campagne di boicottaggio dei gruppi anti-Ogm. È questa l’eventualità che le multinazionali del settore temono di più.

L’esempio di Campbell Soup dimostra l’inconsistenza di queste critiche, sotto il profilo sia economico sia etico. È interessante notare come la dichiarazione ufficiale dell’azienda (la quale comunque precisa che non ci sono, a suo giudizio, ragioni scientifiche o sanitarie per diffidare gli Ogm) menzioni specificamente “il diritto dei consumatori di sapere cosa stanno mangiando”.

Un principio di trasparenza tanto semplice quanto inoppugnabile, che tuttavia fatica a imporsi sul mercato americano. La “conversione” di Campbell’s, da questo punto di vista, segna un precedente molto importante, motivato anche da ragioni di carattere pratico: nel luglio scorso, lo Stato del Vermont ha approvato una legislazione che prevede l’obbligo di segnalare la presenza di ingredienti Gm sulle etichette. La lobby del cibo transgenico ha cercato di scavalcarla a livello federale, ma le pressioni esercitate sul Congresso non hanno avuto esito. Così Campbell’s ha deciso di giocare d’anticipo, evitando gli effetti di un provvedimento che avrebbe costretto l’azienda a etichettare in due modi differenti gli stessi prodotti – tre quarti dei quali contengono alimenti provenienti da colture transgeniche.

Il resto della grande industria agroalimentare, a cominciare dalla Monsanto, rimane schierato sulla linea del no assoluto alla regolamentazione. Ma è una posizione sempre più difficile da sostenere: Denise Morrison, presidente e amministratrice delegata di Campbell’s, ammette che «quella degli Ogm è diventata una questione prioritaria per la grande maggioranza dei consumatori, il 92% dei quali si dichiara favorevole all’etichettatura».

C’è da credere che nemmeno le lobby del big food potranno ignorare a lungo questo sentimento diffuso: a prescindere dalle opinioni soggettive sugli Ogm, una maggior trasparenza sul mercato non può che tornare a vantaggio dei consumatori.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

Fonti:

St. Louis Post-Dispach

BigThink.com

Headlines & Global News

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus