Offerta speciale 3×2: cotolette di maiale da agricoltore sfruttato

A volte risalire lungo la filiera dell’allevamento può riservare sorprese amarissime. È quanto deve aver pensato il presidente del partito Buendnis90/Die Gruenen, Anton Hofreiter, in seguito alla sua visita nelle zone del Brasile coltivate a soia, dove è emerso come la catena della carne che alimenta molti discount tedeschi cominci da situazioni di sfruttamento per gli agricoltori locali.

L’azienda Aldi infatti, nota tra i consumatori soprattutto per le cotolette di maiale a basso prezzo, si rifornisce di carne a Rio de Janeiro: carne proveniente da allevamenti in cui gli animali sono nutriti per lo più grazie alle vaste aree destinate alla coltivazione della soia, che in molte parti del Brasile ha sostituito le altre colture e causato l’abbattimento di enormi porzioni di foresta pluviale. In queste zone spesso vengono impiegati massicciamente pesticidi, e le condizioni di vita di chi ci lavora sembrerebbero rasentare la schiavitù.

soiaIn particolare il riferimento è all’area del Mato Grosso, non a caso definito lo “stato della soia”, dove il 3% delle aziende agricole utilizza più del 60% dell’intera superficie coltivabile, lasciandone appena il 6% ai 75mila agricoltori locali, costretti a vivere in condizioni di povertà. E non finisce qui: Hofreiter ha raccolto nel suo viaggio testimonianze che parlano di attentati, intimidazioni, ricatti e minacce di morte rivolte soprattutto ai tossicologi che studiano le condizioni ambientali della regione, al personale deputato ai controlli sulla filiera e ai rappresentanti degli agricoltori. Non è sorprendente quindi che in soli sei mesi le famiglie contadine che hanno abbandonato la zona, più o meno volontariamente, siano circa 2000. Un modo di consolidare un sistema di potere, più che di gestire un sistema economico: potere che spesso si intreccia con la malavita organizzata e con gli interessi di gruppi internazionali come Monsanto o Syngenta, grandi monopolisti delle sementi che tramite contratti capestro vendono ai coltivatori semi geneticamente modificati, salvo poi pretendere una partecipazione agli utili ottenuti grazie al raccolto.

L’unica risposta concreta possibile a questa frattura sempre maggiore tra la globalizzazione selvaggia del settore agricolo e la giungla di normative che regolamenta i controlli è l’intervento delle istituzioni. Secondo il presidente Hofreiter infatti lo stato dovrebbe garantire che i prodotti venduti legalmente in Germania non  siano tossici e non vengano prodotti in condizioni di schiavitù, ma i controlli e la collaborazione per la tutela della filiera dovrebbero riguardare l’intera Europa: «L’Unione europea non dovrebbe importare materie prime agricole, per esempio i mangimi, che vengono prodotte in condizioni non etiche (…), e i discount tedeschi non dovrebbero avere il permesso di commercializzare beni prodotti in altri paesi in violazione dei diritti umani e in condizioni intollerabili dal punto di vista ambientale».

Non ci stanchiamo di ripetere che anche noi nelle nostre scelte quotidiane possiamo contribuire a limitare lo scempio ambientale e la vergogna dello sfruttamento. Perché mangiare meno carne non è solo una questione di salute, ma anche etica: si pensa all’ambiente, al territorio e a chi viene sfruttato per ingrassare le solite tasche.  Qui vi diamo qualche dritta sul come e qui proviamo a convincervi con qualche altro perché 

Quale carne vogliamo

A cura di Michela Marchi

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