Occhio alla scadenza!

USMOD«Ciò che è spazzatura per un uomo è un tesoro per un altro»: recita così un famoso proverbio, e il concetto si applica anche agli alimenti e alla loro scadenza. Quello che alcuni di noi non sanno o non ricordano infatti è che le scadenze non sono tutte uguali, o meglio, che non tutte le date riportate su un dato alimento sono una vera e propria scadenza: e per avvicinarci al meglio al 5 febbraio, giornata contro lo spreco alimentare, è una buona idea riflettere su quale sia davvero il limite che separa la dispensa dal cestino.

In Europa le indicazioni fornite per legge sulle confezioni e gli imballaggi di gran parte del nostro cibo si dividono in due tipi. C’è la scadenza vera e propria, indicata dalla dicitura Da consumarsi entro, che stabilisce il termine oltre il quale il cibo diventa un pericolo per la salute a causa della proliferazione batterica: oltre questa data vendere l’alimento è illegale, e l’indicazione va presa alla lettera. C’è poi invece il cosiddetto termine minimo di conservazione, indicato dalla dicitura Da consumarsi preferibilmente entro, che indica il limite oltre il quale il cibo comincia gradualmente a perdere in qualità senza diventare rischioso o dannoso.

La lista che vi presentiamo, tratta dal sito inglese Approved Food, si riferisce a quest’ultima categoria. Cibi che siamo abituati a gettar via, forse, troppo presto: e che meritano una seconda possibilità.

Frutta e verdura: per questi tipi di alimenti (così come per il pane, la focaccia e altri) il termine minimo di conservazione non è obbligatorio da parte del venditore. In questo caso i migliori consiglieri sono occhi, naso e buon senso: frutta e verdura sono sempre commestibili finchè non hanno tracce di muffa, cattivo odore o consistenza molliccia.

Latte: anche in questo caso, è sufficiente fidarsi del proprio naso. Quando l’odore comincia a diventare sgradevole, è il momento di buttarlo: in tutti gli altri casi lo si può bere senza pericolo.

Pane: anche quando diventa secco e duro, il pane si può tranquillamente consumare, magari sbriciolandolo o semplicemente scaldandolo in forno. L’importante, anche in questo caso, è l’assenza di muffe.

Riso: anche qui, cercate di non farlo ammuffire. In ogni caso, finchè conservato in un luogo fresco e asciutto, il riso è in grado di resistere per mesi oltre la data indicata, persino anni se mantenuto sottovuoto.

Cioccolato: si conserva a lungo, grazie agli zuccheri presenti in ogni tavoletta. A seconda della tipologia, invecchia in modo differente: il fondente è quello più resistente, seguito da quello al latte (si conserva fino a un anno) e da quello bianco (da 6 a 8 mesi, per via dei tanti grassi animali). C’è però un mito da sfatare: molti pensano che non appena sulla superficie del cioccolato compaiono piccoli cristalli di zucchero o macchie grigio-bianche sia il caso di non mangiarlo più. In verità questi processi, rispettivamente la fioritura degli zuccheri e quella del burro di cacao, sono del tutto innocui per la salute e non alterano il gusto del prodotto.

Uova: c’è un vecchio sistema della nonna per capire come regolarsi. Se l’uovo immerso in acqua galleggia, per via dei gas e dei batteri sviluppati al suo interno, è da buttare.

Formaggio a pasta dura: anche se presenta muffa, spesso è ancora commestibile. È sufficiente eliminare con cura lo strato superficiale della forma.

Yogurt: può durare fino a sei settimane oltre la data di scadenza. Se si crea uno strato di muffa, è sufficiente eliminare la parte superiore del prodotto.

Di Paolo Tosco
p.tosco@slowfood.it

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