Non trivelliamo il futuro per un pugno di barili

trivellazioni_offshoreQuante volte abbiamo sentito ripetere che cultura e turismo sono “il petrolio dell’Italia”? Tante, forse troppe. L’espressione potrà suonare retorica, ma è giusto che la politica ci dica senza ambiguità quale futuro immagina per l’Italia e la sua economia.

Lo scorso 22 dicembre il ministro per lo Sviluppo Economico Federica Guidi ha firmato 90 permessi di ricerca petrolifera per la terraferma, 24 per i fondali marini, oltre 200 per le coltivazioni di idrocarburi lungo l’intero arco del Paese. Una scelta molto contestata dalle associazioni ambientaliste così come da scienziati ed esperti del settore, anche perché giunta solo il giorno prima dell’approvazione definitiva della legge di stabilità da parte della Camera: la legge contiene il divieto di trivellare entro le 12 miglia dalla costa, ma è un divieto che non varrà per le 326 autorizzazioni concesse all’ultimo minuto dal governo.

Il limite delle 12 miglia è il tema al centro del quesito referendario sul quale dovrà esprimersi domani, martedì 19 gennaio, la Corte Costituzionale, dopo che – proprio a seguito delle novità introdotte dalla legge di stabilità – la Cassazione ha eliminato cinque delle sei proposte di referendum sulle trivellazioni petrolifere. Sei Regioni, nel frattempo, si sono già opposte a questa sentenza sollevando un conflitto di attribuzioni col parlamento.

Lorenzo Berlendis, vicepresidente di Slow Food Italia, bolla la decisione del governo come «una follia da ogni punto di vista». Non solo ambientale ma anche economico, considerando che il valore del petrolio è in caduta libera da mesi: «Il Brent (indice di prezzo petrolifero al barile, Ndr) è sceso dai 110 dollari di giugno 2014 a meno di 50 dollari da novembre 2015. È vero che le strategie di approvvigionamento energetico non possono basarsi sulle contingenze, ma al momento nulla giustifica investimenti per l’estrazione. Infatti si parla di sola prospezione».

Il secondo e più rilevante aspetto, aggiunge Berlendis, «è la contraddizione tra gli impegni che a livello politico “ideale” si sottoscrivono nei summit come COP21 e una politica quotidiana dove si procede perseguendo un sistema basato sugli idrocarburi». Al centro delle maggiori preoccupazioni c’è l’air gun, una tecnica di prospezione molto invasiva che consiste in una serie continua di spari ad aria compressa e può provocare lesioni fisiche alla fauna marina. Inoltre i fluidi fangosi utilizzati nella perforazione sono considerati tossici e si disperderebbero inevitabilmente nel mare.

Silvio Greco, presidente del comitato scientifico di Slow Fish, ricorda come le isole Tremiti e il canale di Sicilia, due delle realtà che i provvedimenti toccano direttamente, siano «tra le aree più interessanti del Mediterraneo dal punto di vista della biodiversità marina. Un banale incidente le comprometterebbe in maniera irrimediabile». Ma è giusto interrogarsi anche sulle effettive ricadute economiche di questa improvvida “corsa al petrolio”: «Quello di cui parliamo è un petrolio immaturo e presente in quantità modeste. Il gioco non vale la candela».

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mappa dei pozzi di idrocarburi perforati in Italia credit: Ministero dello Sviluppo Economico

Le riserve di combustibili fossili in Italia ammontano a 290 Mtep (tonnellate equivalenti di petrolio), secondo la stima di BP Statistica Review del giugno 2014. Il Ministero per lo Sviluppo Economico, nello stesso anno, rilevava un più ottimistico ammontare di 341 Mtep. Si tratta in ogni caso di un dato molto basso se consideriamo che il consumo di energia annuale è pari a 159 Mtep: il petrolio italiano, in altre parole, coprirebbe a stento un paio d’anni del fabbisogno nazionale.

Si consideri poi che allo Stato spetterebbe solo una piccola parte di quel che viene estratto (la percentuale oscilla tra il 7 e il 10%): il resto del petrolio rimane proprietà delle compagnie, libere di vendere all’Italia come ad altri compratori. Si può pensare allora che le casse pubbliche verranno rimpinguate da concessioni pagate a peso d’oro dai petrolieri? Macché. Le cifre sono davvero irrisorie: per il diritto a trivellare nell’area delle isole Tremiti, su una superficie di 373,70 kmq, la Petroceltic Italia srl ha sborsato per la precisione 1928,292 euro, qualcosa come 5,16 euro a chilometro quadrato. Una miseria.

In tutta la penisola, oltre 127mila kmq di mare sono interessati dalle attività di ricerca e prospezione. A questi si aggiungono spazi tutt’altro che trascurabili sulla terraferma: si arriva a più di 2mila kmq in Lazio e in Abruzzo, 3mila in Piemonte, quasi 4mila in Lombardia, addirittura 6mila in Emilia-Romagna. Vale la pena di mettere a rischio bellezze paesaggistiche e naturali, territori e aree costiere dalle caratteristiche uniche, in nome di un investimento che è insieme pericoloso sotto il profilo ambientale e improduttivo dal punto di vista economico? Noi crediamo di no, perciò continueremo a batterci perché il futuro del Paese non venga svenduto in nome di un’idea anacronistica di sviluppo.

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

Fonti:

Linkiesta

Motherboard

L’Unità

QualEnergia.it

Legambiente

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