Non sulla nostra pelle. Lettera aperta al presidente del Senato sul Ceta

Poco più di un anno fa 40 mila persone hanno inondato le strade di Roma contro Ttip e Ceta. Adesso è il momento di tornare a farci sentire. La campagna Stop Ttip Italia ha lanciato una mobilitazione permanente: domani, dalle ore 12, parte il tweetstorm per convincere i senatori a non ratificare l’accordo che sarà in votazione a Palazzo Madama il prossimo giovedì: ecco come si può contribuire a cambiare le sorti di questa battaglia.

Nel frattempo, vi ricordiamo le ragioni del nostro no espresse nella lettera aperta al presidente del Senato Pietro Grasso.

Gentile Presidente,

siamo a scriverLe congiuntamente queste righe per esprimere la nostra preoccupazione rispetto all’impatto economico, sociale e ambientale sul nostro Paese del Comprehensive Economic and Trade Agreement (Ceta) tra Unione Europea e Canada, chiedendoLe la massima considerazione per queste nostre osservazioni e un impegno nel merito in occasione del processo di ratifica che interesserà a breve il nostro Parlamento.

Il Ceta, come tutti gli accordi commerciali di ultima generazione, prevede di realizzare i maggiori benefici per gli attori commerciali delle due Parti, introducendo non soltanto l’azzeramento di oltre il 90% delle barriere tariffarie, rispetto al cui impatto il nostro Governo non ha realizzato (o quantomeno pubblicato) alcuna valutazione condivisa con le due Camere, portatori d’interesse e cittadini. Sono, in realtà, le barriere non tariffarie, e dunque il complesso sistema di standard, regole di produzione, di protezione della qualità e dell’ambiente, che andrebbero ad essere “semplificate” col Ceta, con l’unico criterio cogente della facilitazione commerciale, in modo permanente in più di una decina di Commissioni apposite create dal trattato e sottratte allo scrutinio tecnico e parlamentare, sia di livello comunitario, sia nazionale.

È ormai urgente che gli accordi di libero scambio debbano essere effettivamente posti al servizio di obiettivi più vasti quali l’occupazione, i diritti umani, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. A tal fine è indispensabile una maggiore democratizzazione e trasparenza dei negoziati a partire da una definizione dei mandati affidati ai negoziatori, che risponda alla domanda dei cittadini e non solo alle pressioni delle lobbies economico-finanziarie.

Il Ceta non soddisfa questi obiettivi e queste esigenze di trasparenza e pertanto non è e non può diventare un modello di riferimento per la prossima generazione di accordi; inoltre i vantaggi attesi in termini di crescita degli scambi e dell’occupazione sono dubbi o assai limitati e non tali da giustificare i rischi insiti nell’accordo sottoposto alla ratifica.

Il Ceta, inoltre, include l’Investment Court System (Ics), un sistema di risoluzione delle controversie sugli investimenti che permette alle imprese di citare in giudizio gli Stati e l’Ue dinnanzi a una corte arbitrale. L’Ics sostituisce nominalmente il meccanismo Investor to State Dispute Settlement (Isds), ma mantiene inalterati tutti gli aspetti controversi, poiché, contrariamente a quanto richiesto dal Parlamento europeo nella risoluzione del luglio 2015: i) il diritto a regolamentare non è adeguatamente protetto; ii) i membri della corte arbitrale debbono avere esperienza di giudizio ma al momento non sarebbero giudici ‘di ruolo’; iii) la giurisdizione degli Stati membri e dell’UE non è protetta (non c’è l’obbligo di esaurire i rimedi interni prima di adire l’ICS); iv) le norme UNCTAD e OECD sulla responsabilità degli investitori non sono tenute in considerazione, cosicché il sistema è sbilanciato a favore delle imprese.

Sul fronte dell’export agroalimentare, all’Italia sono riconosciute appena 41 indicazioni geografiche a fronte di 288 Dop e Igp registrate; con la conseguente rinuncia alla tutela delle restanti 247 ed impatti gravissimi sul piano della perdita delle qualità del nostro made in Italy. Contemporaneamente, le “volgarizzazioni” legate ai nomi dei prodotti tipici dell’italian sounding (ad esempio, il Parmesan su tutti) coesisteranno con le denominazioni autentiche dei nostri prodotti. La combinazione del principio della «fabbricazione sufficiente» con il criterio del codice doganale rende, di fatto, impossibile l’evidenza dell’origine del prodotto.

Va infine richiamato che il sistema di cooperazione regolatoria potrebbe portare Governi e imprese a sindacare direttamente in ambito arbitrale qualsiasi misura che leda la “libera concorrenza”. Un sistema, quest’ultimo, che investe anche il tema degli Ogm con ripercussioni inevitabili sul “principio di precauzione”. In caso di inesattezza o disaccordo scientifici, infatti, si applica al massimo un divieto temporaneo, giungendo ad un’interpretazione del principio di precauzione molto più limitata rispetto a quella che prevale di solito all’interno dell’Ue.

Di segno analogo ci sembra l’applicazione del principio di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie che consentirà ai prodotti canadesi di non sottostare a nuovi controlli nei Paesi in cui verranno venduti. Ricordiamo che in Canada sono impiegate 99 sostanze attive vietate nella Ue.

Le nostre organizzazioni, a seguito di queste considerazioni, saranno impegnate per informare e sensibilizzare i Parlamentari italiani chiedendo loro di non votare a favore della ratifica dell’accordo. I rischi del ritorno al protezionismo e i pericoli insiti in possibili guerre commerciali non si combattono con un’acritica promozione della liberalizzazione e della deregolamentazione degli scambi e degli investimenti, che non farebbe altro che alimentare ulteriormente la deriva populista, ma impegnando l’Unione Europea e i suoi partner nell’impresa di ridisegnare politiche commerciali multilaterali e bilaterali al servizio dell’interesse generale, della qualità dello sviluppo, della cooperazione tra paesi e aree regionali nella costruzione di un diverso, più equo, inclusivo e democratico sviluppo dell’economia e delle nostre società.

 

Cordiali saluti,

Roberto Moncalvo, Coldiretti

Susanna Camusso, Cgil

Francesca Chiavacci, Arci

Elio Lannutti, Adusbef

Alessandro Mostaccio, Movimento Consumatori

Rossella Muroni, Legambiente

Giuseppe Onufrio, Greenpeace

Carlo Petrini, Slow Food

Rosario Trefiletti, Federconsumatori

Monica Di Sisto, Fair Watch

SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio

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