Non solo Ttip. La Commissione Ue spinge per approvare il trattato gemello con il Canada

cetaSe negli ultimi mesi vi abbiamo parlato più volte delle insidie nascoste dietro al mega accordo tra Unione Europea e Stati Uniti, specie sul fronte dell’alimentazione, al centro dei tavoli diplomatici in questi giorni è tornato il suo gemello Ceta, negoziato con il governo canadese.

Il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è il frutto di trattative condotte tra il 2009 e il 2014 ed è stato descritto dalla Commissione Europea come “una pietra miliare per l’economia transatlantica” e un modello per la negoziazione di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, l’ormai noto Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip).

EPA/OLIVIER HOSLET

Ora manca soltanto la ratifica, attorno alla quale si è innescato un duro confronto fra l’Unione Europea e gli Stati membri. Durante il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha spiegato di voler risolvere questa incombenza a livello europeo, quindi tagliando fuori i ventisette parlamenti nazionali dell’Unione. L’auspicio formulato dalla Commissaria europea al commercio, Cecilia Malmström, è che la questione si risolva entro la fine di ottobre, quando il trattato potrebbe essere siglato nel corso di una visita a Bruxelles già programmata dal primo ministro canadese Justin Trudeau.

La forzatura di Juncker ha provocato una levata di scudi: il più contrariato è il ministro all’Economia tedesco, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, a detta del quale «stabilire ora che i parlamenti nazionali non abbiano nulla da dire su questo accordo commerciale è incredibilmente stupido». Gabriel afferma senza mezzi termini che «se la Commissione Europea agisce in questo modo sul Ceta, anche il Ttip è destinato a morire».

Più posata nei toni, ma non meno determinata, è la stessa Angela Merkel: «Per quanto riguarda la Germania – ha assicurato la cancelliera tedesca alla stampa – posso affermare che comunque vada a finire chiederemo il parere del Bundestag». Il governo tedesco sa di dover fronteggiare una vasta opposizione ai trattati transatlantici: lo scorso ottobre più di 200mila persone hanno sfilato a Berlino contro Ttip e Ceta, in quella che si ritiene essere stata la più grande manifestazione promossa in Germania dai tempi della guerra in Iraq.

Ma i malumori tedeschi sono tutt’altro che isolati in Europa. Fin dal 13 maggio scorso i governi hanno detto al Consiglio europeo che il Ceta è da considerare un “trattato misto”, perché non investe soltanto questioni commerciali: ergo, secondo quanto prevede il trattato di Lisbona, la competenza è da ripartire tra Bruxelles e gli Stati.

Il presidente francese François Hollande è di questo avviso, mentre l’Olanda ha già approvato una mozione che respinge l’applicazione in via provvisoria dell’accordo e in Belgio il parlamento vallone ha chiesto al governo regionale di non concedere pieni poteri all’esecutivo federale sulla ratifica del Ceta. Bulgaria e Romania, dal canto loro, si dicono disposte a firmare solo se nell’accordo rientrerà l’esenzione dai visti.

L’unica eccezione è l’Italia, dove il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda ha inviato una lettera alla Commissione Ue, intercettata e resa pubblica dai promotori della campagna Stop Ttip, che mette nero su bianco la disponibilità del governo italiano a esautorare il nostro parlamento (e quelli degli altri Stati) dal voto di conferma sul trattato.

Cosa c’è in ballo? I sostenitori dell’intesa promettono vantaggi economici per 5,8 miliardi di euro l’anno, con un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro annui dovuto all’eliminazione di quasi tutti i dazi all’importazione. Sul mercato del lavoro, uno studio congiunto di Ue-Canada ipotizza 80mila nuovi posti.

C’è però chi si sofferma sui rischi, molto simili a quelli del Ttip sulla tutela dell’ambiente, della salute e del made in Italy. L’Allegato I Parte A dell’accordo elenca appena 173 indicazioni geografiche europee destinate a essere protette in Canada, escludendone così oltre 1200.

Le indicazioni geografiche italiane (Doc, Docg e Igt) sono una quarantina. Tutti i marchi che non compaiono nella lista, per contro, potranno essere usati sui prodotti canadesi.

Secondo l’esperto di indicazioni geografiche Bernard O’Connor, in base al Ceta i nomi di prodotti tipici dell’agroalimentare italiano come “mozzarella”, “mortadella” e “gorgonzola” potranno essere utilizzati in maniera legale sui prodotti canadesi, a patto che la bandiera italiana non compaia sulla confezione.

C’è un’altra crepa preoccupante nell’impianto del Ceta: in caso di ratifica, la maggior parte delle multinazionali statunitensi già attive sul territorio canadese potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati i governi europei, avvalendosi della clausola Investment court system (Ics), omologo dell’Isds previsto nella prima versione del Ttip.

Sono già 42mila, avverte Stop Ttip, le aziende operanti nell’Unione Europea che fanno capo a società statunitensi con filiali in Canada. Con l’entrata in vigore del Ceta queste imprese potrebbero intentare cause agli Stati europei per conto degli Usa, senza bisogno del Ttip.

C’è però chi continua a battersi contro questa eventualità: insieme a Slow Food e a varie organizzazioni sindacali, Ong e associazioni, la campagna nazionale Stop Ttip Italia ha indetto per martedì 5 luglio a Roma (ore 15) un seminario parlamentare, alla presenza del ministro per lo Sviluppo economico Calenda e della presidente della Camera Laura Boldrini, per sottolineare tutti i punti critici del Ceta.

Per questo stesso giorno è atteso il responso della Commissione Europea, chiamata a decidere se l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Ue e Canada possa evitare l’esame dei parlamenti nazionali.

 

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Fonti:

International Business Times

Stop Ttip Italia

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it