Non mangiamoci il clima

L’agricoltura biologica, il pastoralismo, i progetti Slow Food dei 10.000 orti in Africa e dei Mercati della Terra, lo spreco alimentare e il cambiamento climatico sono al centro dei forum che stanno animando i dibattiti nelle aule del Castello del Valentino e di Torino Esposizioni.

Per parlarne, Pak Teguh Triono, delegato indonesiano esponente dell’organizzazione Kehati ha raccontato l’esperienza di Flores (Timor Est), un’isola dal suolo povero e roccioso, di colore chiaro, con poca acqua. Il periodo umido è limitato a quattro mesi all’anno, mentre per i restanti otto le condizioni climatiche sono particolarmente siccitose, non consentendo un’agricoltura fiorente. Nonostante ciò, i programmi statali per la ripresa dell’agricoltura e la sicurezza alimentare si focalizzano su colture molto esigenti in termini di risorse idriche, quali la soia, il riso e il mais, senza tenere in conto le condizioni pedoclimatiche del territorio. Ragionare in questi termini è poco efficace e sostenibile, perché porta a un ulteriore depauperamento delle risorse. Per questo Kehati ha analizzato i risultati di una ricerca della Banca Mondiale, scegliendo di concentrarsi su un’altra coltura, il sorgo, che può crescere anche su suoli poveri e con quantità limitate di acqua.

non_mangiamoci_il_climaIl delegato indonesiano ha anche mostrato un video per avvalorare la propria testimonianza: immagini di campi floridi e verdi nel villaggio di Likotuden hanno convinto l’uditorio. Alcune colture sono capaci di restituire la vita al terreno, se le loro caratteristiche sono in armonia col contesto ambientale. E al tempo stesso anche il tessuto sociale ne trae benefici: il programma sul sorgo coinvolgeva all’inizio quattro agricoltori, mentre oggi sono molti di più e lavorano 120 ettari di terreno; le famiglie hanno modificato le proprie abitudini alimentari, abbandonando il consumo di riso e sostituendolo col sorgo locale.

Un cambiamento di paradigma è ciò che auspicano molte associazioni e organizzazioni, come la stessa Slow Food che in occasione della COP21 ha prodotto il documento “Non mangiamoci il clima”, perorando un maggiore interesse e azioni concrete da parte dei governi. Purtroppo, come mostra Francesca Rocchi, vicepresidente di Slow Food Italia, spesso le azioni concrete tardano ad arrivare, tant’è che in Italia a quasi un anno di distanza dalla COP21 stiamo ancora aspettando il documento Green Act, che il nostro governo si era impegnato a elaborare. Troppo spesso, sul clima si fanno promesse che poi però non vengono mantenute, mentre il problema richiede soluzioni sempre più urgenti.

non_mangiamoci_il_clima2Alcune sono elaborate a livello di organizzazioni e associazioni, come la Good Planet Foundation fondata dal fotografo Yann Arthus-Bertrand. A esporne i programmi è stato il direttore esecutivo Thierry Touchais, mostrando come il programma “La soluzione è servita” si focalizzi proprio sull’alimentazione, un argomento importantissimo, ma trascurato dai protocolli di Kyoto. Agendo a livello di consumi di carne, ad esempio, o intervenendo sul cibo che quotidianamente viene sprecato, una parte della soluzione sarebbe già nelle nostre mani. Altre invece sono elaborate a livello istituzionale, come racconta Angelo Salsi della Commissione europea. Il programma Life, ad esempio, ha 25 anni di vita, e ogni anno finanzia circa 200 progetti che riguardano il clima e l’ambiente. Un segnale importante: negli ultimi anni molti di essi riguardano il cibo e l’agricoltura, puntando ad alleggerire l’impatto delle produzioni agroalimentari.

Le testimonianze di Adolfo Brizzi direttore del Policy and Technical Advisory Borad di Ifad e di Victoria Tauli-Corpuz, rapporteur dell’Onu sui diritti dei popoli indigeni ci ricordano il punto di vista dei contadini di piccola scala – 2,5 miliardi di persone del mondo – e delle popolazioni indigene. Spesso il loro contributo viene sottovalutato e i loro diritti sono calpestati. Eppure, gli uni e gli altri sono in grado di fornire soluzioni efficaci e durevoli, proprio perché, più di altri, vivono e lavorano in armonia con la natura e con il territorio, proprio come il sorgo a Timor Est… E come il sorgo hanno un impatto più lieve sul pianeta. Prendere esempio da loro, e rispettarne i diritti, è un passo importante per mitigare il nostro impatto sul clima.

 

Silvia Ceriani

s.ceriani@slowfood.it

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