Neonicotinoidi alla sbarra: 38 agricoltori indagati per la moria delle api

Per due anni hanno osservato migliaia di api rientrare nella colonia dopo i voli alla ricerca di polline e acqua, cominciare a tremare e morire. Per tutto questo tempo i filmati degli uomini del Corpo Forestale Regionale del Friuli Venezia Giulia hanno ingrossato il dossier istruito dalla Procura della Repubblica di Udine, finché sabato scorso è scattato il blitz.

Ora tra Basiliano e Bicinicco, in provincia di Udine, 38 agricoltori sono ufficialmente indagati per disastro ambientale. Il decreto di sequestro preventivo firmato dal gip Daniele Faleschini dispone inoltre che su 17 proprietà agricole venga “inibita qualsiasi coltivazione comportante l’utilizzo di sostanze neonicotinoidi vietate, con l’eliminazione delle colture in corso che abbiano comportato l’utilizzo di siffatte sostanze”.

La notizia clamorosa è che per la prima volta un’inchiesta penale attribuisce la responsabilità di un disastro ambientale all’attività umana, cioè nello specifico all’utilizzo dei neonicotinoidi.

Parliamo dello stesso genere di insetticidi su cui lo scorso 27 aprile si è espressa l’Unione Europea, riconoscendo finalmente la nocività per le api e gli insetti impollinatori di tre sostanze attive commercializzate da Bayer e Syngenta.

L’indagine della Forestale udinese è partita dopo aver osservato come, nel periodo della semina del mais, in circa 400 alveari la popolazione delle api da miele era calata da 60mila insetti per arnia ad appena 10-20mila.

Agli agricoltori denunciati per la violazione dell’articolo 452 bis si contesta di aver “cagionato abusivamente una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema e della biodiversità della fauna in generale”.

Secondo il giudice per le indagini preliminari «sostanze utilizzate in agricoltura quali insetticidi e antiparassitari nella concia delle sementi e sul fogliame agiscono sistemicamente su svariati organismi viventi, con un’azione assai tossica su invertebrati tra cui numerosi insetti come libellule, cavallette, formiche, farfalle, lucciole, coccinelle, api e bombi».

L’inchiesta, racconta il Fatto Quotidiano, ha accertato caso per caso la correlazione tra le colture praticate nei vari fondi agricoli e la diminuzione delle api negli alveari che si trovano in quella zona (le api si muovono infatti in un’area di circa 30 chilometri quadrati).

«Si è accertato l’uso di insetticidi – scrive il giudice Faleschini – impropriamente su alberi e piante da frutto, non solo in fase di post-fioritura, come è consentito, bensì anche nelle fasi precedenti e nelle coltivazioni di mais in campo aperto per le quali l’utilizzo è vietato, essendo il mais una cultura attrattiva per le api».

Il gip ricorda inoltre come il problema sia aggravato dal fatto che in molti casi gli apicoltori si trovano costretti a trasferire le api in aree sicure, perché «l’utilizzo di macchine seminatrici pneumatiche solleva grandi quantità di polveri in cui sono contenute particelle di sementi conciate con le sostanze tossiche. Tali polveri si diffondono nell’aria e si depositano direttamente sulle api oppure sui fiori e nelle aree di sosta degli insetti».

C’è infine da considerare il fenomeno della “guttazione” fogliare del mais: l’acqua inquinata rimane nelle piante per un lungo periodo, determinando gli effetti tardivi dei neonicotinoidi.

Un nuovo filone d’inchiesta riguarda poi l’utilizzo del mesurol, una sostanza con cui sono miscelate le sementi che vengono acquistate nei consorzi agricoli: questa sostanza, se utilizzata in modo improprio, non inibisce il senso dell’orientamento degli insetti, ma avvelena le api che la portano negli alveari.

Come si può intuire, il problema è ben più ampio dell’area geografica interessata dalle indagini: secondo l’Efsa, l’agenzia europea per la sicurezza alimentare, il 9,2% della popolazione delle api nel nostro continente sarebbe a rischio di estinzione.

La speranza è quindi che questa inchiesta possa segnare un punto di svolta nella tutela delle api e della salute dell’ambiente, anche alla luce delle decisioni prese dalle istituzioni europee.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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