Nel cuore del Libano che dà riparo ai pastori rifugiati

La valle della Beqaa, in Libano, è una pianura che si estende per 120 chilometri da nord a sud e va dagli 8 ai 14 da est a ovest. Si trova a est di Beirut, circondata da due catene montuose che d’inverno sono abitualmente coperte di neve. È uno dei polmoni agricoli del Libano, che vede qui grandi coltivazioni di frutta, grano, mais, ortaggi e cotone, a seconda della latitudine.

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Questa valle è stata teatro di tutti i grandi sconvolgimenti politici che hanno attraversato questo paese negli ultimi cinquant’anni e recentemente, data la sua vicinanza al confine siriano, ha costituito il punto di arrivo di moltissimi profughi e sfollati, in fuga dalla guerra e dalle violenze delle parti in conflitto per cercare un luogo sicuro in cui rifugiarsi in attesa di poter rientrare a casa. Fino a qui apparentemente nulla di nuovo rispetto a quello che vediamo ogni giorno sulle nostre coste e ai confini europei.15016179_699887203509951_2440460788740258000_o

Quello che tuttavia impressiona, qui, è la proporzione del fenomeno. Il Libano è un paese di circa 4,5 milioni di abitanti, con un territorio grande metà della Sardegna, e oggi ospita più di un milione di siriani (alcune stimano arrivano a 1,5 milioni) che si aggiungono ai più di 300.000 palestinesi rifugiati in seguito ai conflitti mediorientali degli ultimi 30 anni. I conti sono semplici da fare, significa che un abitante su 3 in Libano è uno sfollato. Verrebbe da pensare che la crisi sia enorme e generi tensioni sociali incontrollabili ed esplosive. Non è così.

Il governo libanese ha infatti scelto, dall’inizio della crisi siriana fino a gennaio 2015, di lasciare aperte le frontiere e di accogliere i profughi, consentendo loro di entrare nel paese e di rimanerci, riconoscendo lo status di sfollati (una situazione che ricorda quello che successe da noi durante l’ultima guerra mondiale, quando i cittadini si rifugiavano in campagna per sfuggire ai bombardamenti) e mettendo in piedi, con l’aiuto essenziale delle agenzie internazionali (l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati in primis sta facendo un lavoro straordinario) una macchina di assistenza che, pur con molte difficoltà, funziona.

 

Un’accoglienza che nasce dunque da una scelta politica, che si fonda sul principio che quando è in corso una crisi umanitaria di tale portata non si possa voltarsi dall’altra parte.

Una decisione politica che è stata seguita dalla reazione dei libanesi, che non hanno ceduto a istinti di chiusura, non hanno invocato antiche rivalità (non va dimenticato che fino a poco più di un decennio fa l’esercito siriano ancora occupava la parte orientale del paese) ma al contrario stanno dimostrando grande solidarietà. Sono tanti i volontari che in tutto il paese si adoperano per far fronte alle necessità impellenti dei rifugiati, che si rendono disponibili per far loro da sponsor (e dunque garantire per loro affinché possano rimanere nel paese), che aprono loro linee di credito per le spese primarie. Questo condiziona anche le caratteristiche degli insediamenti in cui vivono i profughi, che non sono concentrati in campi in senso classico ma al contrario sono liberi di muoversi nel paese e di installarsi dove vogliono (più spesso dove possono).

Un’accoglienza diffusa che, vista da vicino, non può che obbligarci a riflettere sulle discussioni che stiamo affrontando in Europa intorno al tema dei migranti.

15027655_699888360176502_4430865075590526764_nAnche perché, parlando con gli stessi rifugiati siriani in Libano, non può non saltare agli occhi quella che è una costante della storia: a pagare il prezzo più alto delle guerre e delle crisi politiche sono sempre i più poveri. Non è un caso che negli insediamenti informali nella valle della Beqaa la maggior parte delle persone siano contadini e pastori, che non hanno le risorse per cercare strade alternative alla vita in tende di fortuna o in appartamenti sovraffollati e in condizioni di degrado.

E allora come possiamo in Europa ragionare di costruire muri e barriere, come è possibile accettare la retorica delle destre che parlano di invasione, di flussi incontrollabili, di impossibilità dell’accoglienza quando a fronte dell’intera popolazione europea i numeri di migranti sono irrisori? L’accoglienza è non solo possibile ma doverosa e necessaria, se ancora vogliamo credere che il sogno europeo abbia un futuro e un senso di esistere. Altrimenti i tanto sbandierati valori di democrazia e uguaglianza dei diritti che hanno costituito il fondamento del progetto europeo saranno definitivamente carta straccia.

Vale la pena ricordare che proprio l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati nacque per far fronte alla crisi dei profughi ungheresi dopo gli avvenimenti del 1956. Oggi l’Ungheria è in prima fila tra i paesi che rifiutano di aprire le loro porte.

E allora viene da citare, come ha fatto poco più di una settimana fa Papa Francesco, ciò che ha dichiarato l’arcivescovo Hieronymos di Grecia visitando il campo profughi di Moria a Lesbo: «Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza, la “bancarotta” dell’umanità».

 

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

da La Repubblica del 14 novembre 2016

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