Muto come un pesce? Non con l’etichetta parlante!

Chi dorme non piglia pesci, recita l’adagio popolare. Di sicuro quando acquistiamo prodotti ittici può capitarci di prendere cattivi pesci, se non siamo abbastanza “svegli” nel prestare attenzione.

Ai consumatori vanno assicurate per legge le informazioni sulla denominazione commerciale della specie, sul metodo di produzione e sulla zona di cattura. Oltre a questo, dal 2014 la normativa europea impone di riportare anche il nome scientifico, la categoria di attrezzi utilizzati per la cattura e se il prodotto sia stato scongelato. Almeno questo dovete pretenderlo.

Insomma, le leggi ci sono. A mancare, troppo spesso, è il controllo: pochi mesi fa, un’indagine a campione di Greepeace in 49 città ha scoperto che quasi l’80% delle etichette esaminate non rispettava tutte le prescrizioni del regolamento europeo.

C’è però un sistema per aiutare i consumatori, i produttori e l’ambiente. Si tratta dell’etichetta parlante, progetto avviato da Slow Food in Sicilia con la collaborazione dell’Università di Messina e dell’Istituto Zooprofilattico della Sicilia, che presenteremo venerdì durante Slow Fish, la manifestazione internazionale sul pesce ospitata al Porto Antico di Genova dal 18 al 21 maggio.

L’obiettivo è garantire al cento per cento tracciabilità, sicurezza e sostenibilità del prodotto, sia sottoponendo il pescato a esami supplementari che possono servire anche a escludere il rischio anisakis, sia aiutando a decifrare le indicazioni più complesse (come quelle relative alla zona di cattura), sia aggiungendo informazioni utili a chi acquista. Ad esempio la data di pesca e quella di sbarco, che consentono di sapere con certezza quanto tempo è passato dalla cattura all’arrivo sulle nostre tavole.

L’etichetta parlante punta così a essere non solo uno strumento di formazione per il consumatore, ma anche un mezzo di valorizzazione del prodotto per il ristoratore.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 14 maggio 2017

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