Mucche mangia alghe, ne avevamo bisogno?

I ricercatori della James Cook University di Queensland (Jcu) in Australia devono avere pensato che i loro strumenti si fossero rotti quando hanno visto i risultati della ricerca sull’alimentazione con le alghe dei bovini.

Con l’aggiunta di appena il 2% di una particolare alga alla dieta dei bovini la loro produzione di metano si è ridotta con punte che arrivano fino al 99%.

Pic cretits www.sciencealert.com

L’allevamento di bestiame è responsabile di una buona percentuale sul totale dei gas serra immessi nell’atmosfera e in particolare del 44% del metano, un composto fino a 36 volte più dannoso della CO2  a causa della struttura molto adatta a trattenere il calore all’interno dell’atmosfera.

I ricercatori non sono arrivati al risultato senza tribolare: sono state 20 le alghe testate, prima di trovare quella giusta, ovvero l’Asparagopsis Taxiformis. Questa particolare alga contiene un composto, il bromoformio, che reagendo con la vitamina B12 impedisce all’enzima preposto di creare il metano.

Questo risultato potrebbe rivoluzionare l’allevamento a livello mondiale ma sono subito nate delle problematiche. Prima di tutto, stiamo parlando solo di sperimentazioni e la produzione su larga scala è ancora tutta da definire. L’Asparagopsis utilizzata in laboratorio è stata raccolta a mano da sommozzatori e la quantità di alga a disposizione è per ora molto scarsa.

Forse non sapete che la produzione delle alghe è un mercato in grande espansione e i suoi volumi sono enormi, 25 milioni di tonnellate all’anno. Ma per questa particolare alga non esistono ancora allevamenti di alcun tipo e gli spazi necessari sarebbero enormi. Sempre i ricercatori della Jcu hanno calcolato che solo per coprire il 10% del fabbisogno australiano, gli allevamenti dovrebbero estendersi per 6000 ettari, per una produzione totale di 300 000 tonnellate all’anno.

Siamo sicuri valga la pena sfruttare così questa enormità di spazio?

Non avrebbe più senso ripensare il modello di allevamento intensivo per favorirne di diversi, maggiormente sostenibili e attenti all’ambiente?

Samuele Giuggia
press@slowfood.it

Fonti

www.sciencealert.com
www.repubblica.it
theconversation.com
James Cook University di Queensland


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