Monasteri del terzo millennio

A pochi di voi che non conoscessero Maurizio Pallante ve lo presento: laurea in lettere, esperto di risparmio energetico, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Insegnante e preside, Maurizio Pallante soprattutto è il fondatore del Movimento per la Decrescita Felice da lui fondato nel 2007: «un’associazione nata sui temi della demitizzazione dello sviluppo fine a se stesso […] e che parte dal presupposto che la correlazione tra crescita economica e benessere non sia necessariamente positiva, ma che esistano situazioni frequenti in cui a un aumento del Prodotto interno lordo (Pil) si riscontra una diminuzione della qualità della vita». Saggista, creatore e curatore del sito decrescitafelice.it, Pallante ha da poco dato alle stampe il suo ultimo lavoro: Monasteri del terzo millennio, uscito qualche settimana fa per le Edizioni Lindau. Un titolo che potrebbe forse trarre in inganno, Monasteri del terzo millennio non è una guida ai più moderni luoghi di culto, ma una lucidissima analisi della deriva economica, sociale e culturale che ci ha traghettato verso la famosa Crisi che dal 2008 ci tiene tutti in ostaggio. Tranquilli, non vi troverete per le mani una narrazione che annuncia con toni cupi la fine del nostro mondo. La disamina di Pallante non si esaurisce nella critica, né si dilunga in malinconiche o chimeriche speranze, ma si apre alla proposta, e soprattutto all’esempio di modelli possibili che già abitano il nostro quotidiano.

Citando Einstein, è l’autore stesso che ci suggerisce una possibile guida alla lettura e una spinta all’azione: «Non si può risolvere il problema con la stessa mentalità che l’ha generato. Se la causa ultima della crisi economica ed ecologica che l’umanità sta vivendo in questa fase storica è la finalizzazione dell’economia alla crescita, occorre capire innanzitutto come un processo oggettivamente vantaggioso, qual è l’aumento della produzione di beni atti a soddisfare i suoi bisogni esistenziali, si sia trasformato nella causa dei problemi più gravi che abbia mai dovuto affrontare. In secondo luogo occorre verificare se sia possibile costruire un’economia non finalizzata alla crescita e quali caratteristiche debba avere per attenuare i problemi causati dal sistema economico vigente senza rinunciare al benessere materiale che consente di ottenere». 
Questo modello economico alternativo alla crescita distruttiva della megamacchina industriale – basata su spreco, consumo esasperato di risorse e insufficienti indicatori di benessere quali si è rivelato essere il Pil – non si deve inventare di sana pianta, ma si può ritrovare in quello fondato sulla collaborazione, la solidarietà, l’autosufficienza e l’economia del dono e dello scambio che governava i monasteri del primo e del secondo millennio. I quali «offrono indicazioni utili da reinterpretare e adeguare ai tempi attuali per costruire nel terzo millennio nuovi monasteri in cui praticare relazioni umane fondate sulla solidarietà e forme di economia alternative finalizzate alla massima autosufficienza alimentare ed energetica possibile, non solo per consentire di vivere meglio a coloro che le adottano, ma anche con l’obiettivo di diventare un modello di riferimento per coloro che vivono con disagio crescente nelle società che hanno finalizzato le attività produttive e i rapporti sociali alla crescita della produzione e del consumo di merci».

Disarmante la lettura del secondo capitolo che offre una convinta apologia dell’autoproduzione come scelta sovversiva «nei confronti di un processo che a partire dalla rivoluzione industriale ha utilizzato un impressionante dispiegamento di strumenti di persuasione di massa per convincere, e quando non è bastato la coercizione e la violenza per costringere un numero sempre maggiore di esseri umani a inserirsi come produttori e consumatori di merci nell’economia della crescita».

Monasteri del terzo millennio è sicuramente un invito alla riflessione, senza giudizio, su aspetti che spesso ci sfuggono da quando abbiamo perso totalmente il dono prezioso del saper fare, con l’agricoltura ridotta a «mera industria estrattiva», e siamo diventati totalmente dipendenti dal denaro per soddisfare ogni necessità, dai beni di consumo ai servizi alla persona. Possibile che non si possa trovare una via altra alla ricetta imperante che non presupponga un alto sacrificio? E quello di Pallante è dunque anche un invito al fare, a scegliere un percorso diverso senza dovere necessariamente stravolgere l’impostazione della propria vita. Non serve troppo impegno, la dipendenza dal denaro può essere ridotta: «imparando ad autoprodurre alcuni beni per ridurre l’acquisto di merci, partecipando a un gruppo di acquisto solidale e/o a una banca del tempo, contribuendo alla gestione comunitaria di un orto urbano, rifiutandosi di sottomettersi agli imperativi della moda, riducendo gli sprechi, facendo durare gli oggetti riparandoli, coibentando la propria casa e utilizzando fonti di energia rinnovabile». Soprattutto si può raggiungere una qualità della vita migliore con azioni che non rientreranno nei criteri di calcolo del tirannico Pil: «inserendosi in un’associazione di volontariato, sviluppando, nei luoghi in cui si vive e si lavora, forme di scambio basate sulla reciprocità e il dono, dedicando più tempo alla creatività che ai consumi, agli affetti che alle cose».
Buona lettura e buona decrescita felice a tutti.

Maurzio Pallante, Monasteri del terzo millennio, Lindau, Torino 2013, 13 euro

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it 

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