Mercati contadini

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è mercati contadini.

I mercati contadini vanno e vengono

O meglio: in principio c’erano. Erano il posto, uno dei pochi posti, in cui si comprava il cibo. Infatti si chiamavano mercati e basta. Solo in seguito, con il successo della produzione alimentare industriale e con il rafforzarsi della distribuzione organizzata, si è reso necessario l’aggettivo. Perché il sistema distributivo ha coinvolto anche il mercato di città, o mercato rionale, che è diventato niente di più della trasposizione all’aperto e su scala ridotta dei meccanismi che regolano le vendite nei supermercati, o delle “botteghe”. I prodotti vengono acquistati ai mercati generali o dai grossisti, e la relazione con gli agricoltori o eventuali artigiani è semplicemente inesistente. Per un po’ i mercati contadini sembrarono spariti. La commercializzazione delle derrate prodotte su piccola scala e in modo tradizionale e sostenibile sembrava essersi affidata a sistemi informali, residuali, a contatti diretti con chi si voleva avventurare nelle campagne per cercare prodotti particolari, o seguendo le indicazioni scritte con il pennarello su cartelli ai bordi delle provinciali.

Poi sono tornati, prima negli Stati Uniti, poi anche da noi. Arrivarono con il nome americano – farmers’ market – e sono stati chiamati così anche da una nostra legge recente. Ma poco per volta si ripresero il loro nome.

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Oggi i luoghi e le situazioni in cui gli agricoltori vendono i propri prodotti stanno tornando a popolare le città e non è un caso se tendiamo a riferirci a quei mercati usando il plurale. Perché ce ne sono di diversi tipi, e perché ognuno ha la sua fisionomia, data dal territorio, dal clima, dalle persone, dalla stagione. Si sono diversificati anche su diversi livelli, sia organizzativamente sia tecnologicamente. Oggi i luoghi economici cui tende l’agricoltura tradizionale e sostenibile sono molti: il mercato cosiddetto di vicinanza o di prossimità, la vendita diretta o in azienda, la filiera corta nelle sue tante versioni, inclusi i Gas (gruppi di acquisto solidale), le vendite online, fino ai recentissimi swap party (riunioni in cui ci si scambia oggetti, cibo, tempo, servizi, senza una intermediazione monetaria). Il mercato degli agricoltori investe in tempo, anziché puntare a risparmiarlo; si prende cura dello spazio, anziché mirare a occuparne quanto più possibile. Il mercato degli agricoltori, infatti, ha bisogno di poco spazio fisico, ma si mette a disposizione dello spazio circostante: il centro urbano, che riceve benefici, anche economici, da quella sua porzione rivitalizzata, e le aree rurali, che ricevono dal mercato attenzione e considerazione, assieme al vantaggio economico.

I mercati degli agricoltori popolano così i centri storici delle nostre città

Riaprono canali di mantenimento della memoria locale, perché è grazie alla frequentazione dei luoghi urbani e a una rinnovata cura per questi giacimenti di memoria e cultura che nascono le domande che riportano in vita un flusso di informazioni che altrimenti rischia l’inaridimento. Un mercato, in una piazza storica, può riportare l’attenzione su un palazzo, un portico, una fontana, un vecchio negozio da macellaio o da rigattiere.

Grazie a questo intreccio di relazioni, con al centro il cibo, i mercati degli agricoltori prendono forma come luoghi della sensibilizzazione e della formazione dei consumatori; luoghi in cui si chiarisce il significato dell’acquisto e dove, a differenza degli spazi della distribuzione organizzata, anche il valore delle relazioni con chi produce assume importanza fondamentale: la transazione economica porta con sé un arricchimento in termini di conoscenze, competenze, relazioni ed esperienza. Così, a differenza di quanto avveniva fino a pochi decenni fa, il senso di un mercato contadino si ritrova anche nella sua relazione con lo spazio urbano, ed è proprio questa relazione che restituisce, in una società sempre più cittadina, forma e funzione alla campagna.

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Il Mercato, quello con la maiuscola, è il grande protagonista degli ultimi decenni, in tanti settori, inclusi quelli apparentemente più lontani dalle transazioni commerciali, come la cultura o l’educazione. A maggior ragione lo è in quei settori che al mercato sono necessariamente collegati, come l’agroalimentare. Al ruolo e alla funzione del mercato si sono dedicati molti pensatori illustri e non ripercorreremo qui le tappe. Ci preme invece constatare, brevemente, come mercato sia una di quelle parole che, negli anni, hanno cambiato segno. Da un’idea non solo positiva ma quasi salvifica («il mercato sa risolvere i problemi che crea», è stata la grande illusione) si è passati, con un’accelerazione in questi ultimi anni critici, ad additare il mercato come causa di ogni male. In realtà non è il mercato in sé, ovvero il sistema delle transazioni commerciali in quanto tale, ad avere determinato la situazione attuale, quanto piuttosto la priorità assoluta che è stata conferita a quello che avrebbe dovuto essere solo uno strumento da utilizzarsi nella fase della distribuzione del bene prodotto e che invece è diventato l’obiettivo medesimo della produzione. Quando si parla di agricoltura market-oriented si intende proprio questo e non sempre si coglie l’implicito tradimento che questo modo di intendere l’agricoltura sottende.

L’agricoltura deve produrre cibo, e il cibo è cosa che si mangia

Deve quindi essere relazionato alle persone, alle loro necessità, ai loro gusti, alle loro culture. Solo in seconda battuta il cibo è cosa che si vende. Se all’atto della semina si pensa a chi mangerà si lavorerà in un determinato modo, e si realizzerà un’agricoltura di relazione, che avrà al centro delle sue attenzioni i viventi, tutti quanti, perché stanno tra loro in relazione di interdipendenza. Sarà un’agricoltura della complessità. Se invece all’atto della semina l’obiettivo principale sarà il mercato, interverranno valutazioni di carattere quantitativo; i viventi, e con loro le risorse naturali, non saranno che un mezzo per arrivare al profitto. La chimica di sintesi, le monocolture, la non considerazione della biodiversità, i brevetti sul vivente concorreranno al raggiungimento di quell’obiettivo. Ecco come si è evoluta l’idea di mercato: da strumento a ragion d’essere dell’agricoltura moderna. Il percorso inverso è avvenuto altrove, facendo passare i viventi – che infatti hanno cambiato il loro nome in consumatori –, le risorse, le materie prime da ragion d’essere dell’agricoltura a suo strumento.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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