Meno chimica e più rinnovabili in campagna

Lo scorso dicembre il Senato degli Stati Uniti ha votato l’abolizione del divieto di esportazione per il petrolio greggio, una legge in vigore da 40 anni. Secondo l’agenzia Reuters, si tratta di una decisione politica imposta dai Repubblicani in cambio dell’approvazione di agevolazioni fiscali per l’energia eolica e solare fortemente volute da Obama.

Per gli ambientalisti, si tratta di un regalo alle grandi compagnie petrolifere del valore di 170 miliardi di dollari, con il risultato di un aumento delle emissioni inquinanti di 452 milioni di tonnellate all’anno; e valutano che con questa legge si siano fatti un passo avanti e due indietro. Per i Democratici invece è il miglior risultato che si potesse ottenere.

In un mercato mondiale del petrolio estremamente complicato, questo avvenimento evidenzia i limiti degli obiettivi che si è data la Cop 21 di Parigi e pone seri dubbi sulle possibilità di un reale cambiamento di rotta. Incentivare le esportazioni di petrolio di fatto vuol dire favorire il suo utilizzo fuori dagli USA, mentre lo sviluppo delle energie rinnovabili all’interno del Paese aiuterebbe la diminuzione delle emissioni; con il risultato che il bilancio dell’operazione potrebbe essere negativo per il pianeta nel suo complesso. E questo perché il modello di relazioni e di interazioni su cui la politica continua a basarsi è quello di un’economia capitalistica che antepone l’accumulazione di denaro al reale progresso per l’umanità.

Disegnare il modello energetico significa anche definire quale agricoltura si vuole nel futuro. Slow Food propugna un programma di transizione ecologica che diminuisca drasticamente la dipendenza dall’energia fossile, da fertilizzanti chimici e pesticidi, riducendo la meccanizzazione.

Paola Nano

Sostiene Slow Food, La Stampa del 10 gennaio 2016

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