Meno carne fa bene al pianeta. Ma il pascolo fa la differenza

È ormai sempre più riconosciuto l’impatto ambientale provocato dall’allevamento dei bovini che, tramite la loro digestione, sono tra i maggiori responsabili di emissioni di metano, un potente gas serra che provoca i cambiamenti climatici.

Ed è proprio questa una delle ragioni che spingono sempre più persone ad adottare una dieta vegetariana e a privilegiare la carne bianca rispetto a quella rossa, etichettando l’allevamento bovino come “insostenibile”. Ma è davvero così? La carne bovina è tutta uguale a livello di impatto ambientale? È più impattante la carne derivante dagli allevamenti intensivi, con animali alimentati a cereali iperproteici, o l’allevamento al pascolo dove gli animali hanno un tasso di accrescimento minore e necessitano, apparentemente, di più terra?

La comunità scientifica da tempo si divide su questo tema. Numerosi report dimostrano come l’utilizzo del pascolo abbia effetti benefici a livello ambientale, come il sequestro di CO2 dall’atmosfera, e altrettanti studi sostengono al contrario che la dieta bovina a base di cereali e alimenti iperproteici sia la via più efficiente e meno impattante.

A tal proposito, è proprio di questi giorni la pubblicazione del nuovo report Grazed and Confused a cura di FCRN (Food Climate Research Network), centro di ricerca dell’Università di Oxford, da cui emerge chiaramente che la carne proveniente da animali allevati al pascolo non è meno impattante.

Come sostiene Pete Smith, uno degli autori del report, «passare a un consumo di carne e formaggi derivante da bovini alimentati ad erba non risolve il problema climatico – solo una riduzione nei consumi dei prodotti di origine animale potrà farlo».

Pur consapevoli del fatto che la carne, e in particolare quella bovina, sia uno degli alimenti con il maggior impatto ambientale (si stima che l’allevamento sia responsabile del 14,5% delle emissioni globali di gas serra) riteniamo che considerare esclusivamente l’indicatore delle emissioni come metro di paragone per valutare due tipi di allevamento così differenti come quello al pascolo e quello intensivo sia poco significativo e rischia, anzi, di essere fuorviante.

Si tratta infatti di un solo fattore all’interno di un’equazione ben più complessa.

L’allevamento al pascolo, oltre ad avere una grande valenza sociale, culturale, etica e ambientale, fornisce una serie di servizi ecologici sul lungo periodo particolarmente importanti: brucando – ad esempio – essi controllano la composizione floristica foraggera, che favorisce la biodiversità vegetale e l’entomofauna; mentre gli escrementi concimano direttamente il terreno, assicurando una nuova abbondante produzione di erbe.

In ultima analisi, dal punto di vista dell’etologia animale i bovini al pascolo hanno la possibilità di scegliere le varietà di erba che preferiscono in quel momento e che sono più adatte al loro benessere. Di conseguenza la carne e il latte degli animali nutriti con le erbe dei pascoli naturali sono migliori e gli animali al pascolo hanno una migliore qualità della vita.

L’utilizzo dell’allevamento al pascolo presuppone però un cambiamento di paradigma e di sistema che comporta un complessivo e radicale mutamento nel rapporto tra uomo, animale e terra.

Animali al pascolo vuol dire meno capi, minor consumo di carne, maggior benessere animale, prendersi cura del suolo e quindi, in definitiva, significa superare la specializzazione e diversificare le aziende agricole, in modo che si trasformino sempre più in realtà a ciclo chiuso (con conseguenze ambientali positive su più fronti, come il riciclo degli scarti e la gestione delle deiezioni).

Per questa ragione occorre un’analisi basata su nuovi indicatori che abbiano un approccio olistico e che tengano in considerazione diversi fattori, come il valore nutritivo degli alimenti, gli impatti sul lungo termine, il benessere degli animali, ecc.

Fino a quando il solo metro di giudizio per valutare la sostenibilità di un prodotto sarà costituito dalle emissioni non avremo il quadro completo necessario per poter acquistare in maniera informata.

Slow Food si augura che la comunità scientifica lavori proprio in questa direzione, concentrandosi sui costi e benefici tipici di due sistemi di allevamento e di produzione di cibo così distanti e differenti.

Ribadiamo che la tipologia di allevamento può fare la differenza (si pensi ai devastanti impatti dei feedlots e dei mega-allevamenti intensivi), ma la scelta di una carne di qualità deve essere comunque accompagnata prevalentemente da una riduzione massiccia nel consumo dei derivati animali, in favore di una dieta a base vegetale.

 

Jacopo Ghione

j.ghione@slowfood.it

 

La produzione industriale di cibo è responsabile di gran parte delle emissioni di gas serra che stanno stravolgendo il clima. Ma a partire dal cibo, possiamo individuare le soluzioni possibili. E questo l’obiettivo di Slow Food che con Menu for Change ha avviato una campagna di raccolta fondi e comunicazione che mette in relazione cibo e cambiamento climatico. Vogliamo raccontarvi come il riscaldamento globale sta mettendo in difficoltà le nostre comunità contadine e come insieme a Slow Food stiano trovando le soluzioni. Ogni contributo fa la differenza, aderisci a Menu for Change, sostieni Slow Food. Dona ora.

 

Fonte: https://theconversation.com/why-eating-grass-fed-beef-isnt-going-to-help-fight-climate-change-84237

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