«Melodrammi a digiuno», Folco Portinari

Non conosco un’occupazione migliore del mangiare, cioè, del mangiare veramente. L’appetito è per lo stomaco quello che l’amore è per il cuore. Lo stomaco è il direttore che dirige la grande orchestra delle nostre passioni

Giacchino Rossini

Un intellettuale e uno studioso, critico letterario ed esperto di cultura alimentare, giornalista, saggista ma per noi soprattutto un amico e un osservatore critico e mai passivo. Ci ha lasciato ieri a 92 anni Folco Portrinari, tra i fondatori di Slow Food e autore del Manifesto. Vi proponiamo qui uno dei tanti contributi del nostro Folco alla rivista di Slow Food, Slow 53 (gennaio 2006). Qui con un’incursione su come compaia (o non compaia) il cibo nelle opere di Rossini

C’è un dato che non è possibile eludere ed è la data di nascita di Gioachino Rossini, il 1792, l’anno dopo la morte di Mozart. Ciò significa che le radici culturali di Rossini sono da porsi nel secolo XVIII, quello che vide a confronto sulle scene la novità rivoluzionaria goldoniana di un teatro realistico-borghese e l’estrema sopravvivenza carnevalesca delle maschere della Commedia dell’Arte. È proprio tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento che si trasformano, assieme alle società, le forme (formule) della cultura e del teatro.

È il secolo della contraddizione, o della contrapposizione, più marcata se approda a uno sconvolgimento degli assetti economici, e quindi politici, del mondo incominciando dall’Europa, dove una nuova classe prende il potere e diventa culturalmente egemone, con tutte le ripercussioni che ne conseguono.

E le invenzioni. Detto in termini un po’ grossolani si trovano di fronte la nuova realtà e la consolidata codificazione dei “caratteri” dell’anima polare verso il nadir, il basso-mimetico, la semplificazione psicologica. Come dire La Locandiera e Arlecchino servitore di due padroni, per concentrare l’opposizione in uno stesso autore. Che è come dire, in ambito musicale, il melodramma e l’opera buffa.

L’eredità gastronomica della Commedia dell’Arte corrisponde all’unica autentica tradizione gastronomica popolare, la fame, quella contadina di Arlecchino e Brighella, la fame napoletana di Pulcinella, in perenne affannosa ricerca di cibo e, per la collocazione geografica tra Bergamo e Venezia, di un particolarissimo cibo quale la polenta.

Il teatro delle maschere però non trova accoglienza, se non eccezionale, nel teatro d’opera musicale. Così come, credo per motivi di complicazione scenografica, è molto raro che si mangi in palcoscenico. Al massimo se ne può parlare.

esempio ipercitato il Don Giovanni mozartiano. Mentre si beve spesso, ove ci siano delle feste (si può bere e cantare, più difficile masticare e cantare). O in condizionante apertura ambientale, qual è quella del, parecchie bottiglie e un bicchiere». Curioso è invece il caso di Rossini per una sostanziale discrepanza, essendo ben nota la sua competenza culinaria, una passione che si realizza non solo nella elaborazione di ricette che mantengono tuttora il suo nome, ma anche per brani cameristici intitolati ai cibi. Nulla o quasi compare nelle opere, sia comiche che drammatiche. Con pochissime eccezioni in cui il cibo entra tangenzialmente, per allusione o assonanza.

Allusioni

Il primo esempio, abbastanza clamoroso nell’economia dell’intrigo drammaturgico, è offerto da un gioco verbale, gastricamente allusivo nella sua ambiguità. Si tratta dell’uso strategico e astuto di una parola da parte di Isabella, per liberarsi del bay Mustafà che la tiene prigioniera, nell’Italiana in Algeri, libretto di Angelo Anelli: Isabella nomina Mustafà membro dell’ordine dei Pappataci: «Ma spiegatemi, vi prego: / Pappataci che ha da far? – Fra gli amori e le bellezze, / Fra gli scherzi e le carezze / Dee dormir, mangiar e bere, / Ber, dormir, e poi mangiar», per cui alla fine viene intronato il bay «per mangiar e per goder, / Di lasciare a far e dir / Io qui giuro e poi scongiuro, Pappataci Mustafà» (ricordo una barzelletta che correva ai tempi della mia giovinezza: «Papà cos’è il fascismo?» «Pappa e taci», che corrisponde appunto all’ordine di Isabella: «Qui tu mangia, bevi e taci»). Lo stesso discorso vale per il Barbiere di Siviglia, anzi v’è meno ancora. Qualcosa di attinente lo si trova nel secondo atto, in un’aria polemica del Conte d’Almaviva nella quarta scena, quando tra le incombenze indica un «purgante all’avvocato Bernardone / che ieri s’ammalò d’indigestione», o nel lamento di don Bartolo perché gli han rotto «sei piatti, otto bicchieri, una terrina»: un po’ poco e così di striscio, come referenza gastronomica, da parte del titolare del tournedos alla Rossini.

Progettuale, se così si può dire, è l’intervento prandiale festoso nella Cenerentola da parte dei signori con Magnifico: «Il pranzo in ordine / andiamo a mettere: / vino a diluvio / si beverà./ Premio bellissimo / di piastre… / – Andiam / – …sedici / a chi più malaga / si beverà». Ma lì si esaurisce senza ulteriore pratico, effettuale riscontro, un naufragio propositivo. Di analoga consistenza è, nel Viaggio a Reims, il programma proposto all’Albergo del Giglio d’oro, alle terme di Plombières, da un gruppo di nobili per festeggiare l’ascesa al trono del re Carlo X. Incomincia la Contessa di Folleville: «Parigi è la mia patria: / Là v’offro alloggio e tavola. / E quanto occorrerà»; Don Profondo accetta l’idea: «S’ordini per stasera un bel convito. / Pubblico sia l’invito»; cui fa eco Madama Cortese: «Oh! È domenica appunto, / E tutti ci verran con gran piacere», con l’acquolina già in bocca a Don Profondo: «Una cena squisita». Tutto finisce in gloria ma noi rimaniamo tuttora incuriositi qual sia il previsto menù. Un’annotazione curiosa troviamo invece in una didascalia della Donna del lago, la commedia musicale che tanto piacque a Giacomo Leopardi. Curiosa ma realistica se pensiamo che la fonte si trova in Walter Scott e l’azione è ambientata in una gotica Scozia: «Le compagne d’Elena versano birra in una tazza, a guisa di piccola conca, e la porgono ad Elena»». Non so se si incontra altra birra in tutta la storia del melodramma italiano.

Il bancetto, Atto I de “La Cenerentola”. Photo Credit: Cory Weaver.

Una mensa

Ho detto all’inizio come Rossini nelle sue opere liriche eviti il cibo o lo introduca solo tangenzialmente, non il cibo elaborato ma elementi che attengono funzionalmente al pranzo. È infatti presumibile che il «pescatore sulla sua barca sul torrente», che apre il Guglielmo Tell, procurerà i pesci così come i cacciatori, preceduti da un suon di corno, procureranno la selvaggina per l’imminente festa nuziale. Però, non si vedono né pesci né cacciagione. Un ultimo caso esemplare, che sta proprio al centro dell’intrigo, è offerto dalla Gazza ladra, una commedia su testo di Giovanni Gherardini. L’azione si sviluppa per intero attorno alla scomparsa di due posate («Oggi manca un cucchiaio, l’altro giorno / si perse una forchetta, Ah questo è troppo!», protesta la padrona di casa), due posate d’argento del cui furto è accusata e condannata a morte Ninetta, al servizio di un ricco fittaiuolo. Che la storia finisca bene è prevedibile fin dal titolo, perché il vero ladro in questione è la gazza. Non solo, ma la scena introduttiva era di una domestica festa («Diversi abitanti del villaggio: alcuni famigli recanti le cose necessarie per apparecchiare una mensa») con Lucia che sollecita: «Muovetevi, andate; / la mensa allestite / là sotto alla pergola / che invita a mangiar» e il marito che l’incalza: «Egli [il figlio reduce dalla guerra] reca l’allegria, / reca il nettare spumante / che mantiene nelle vene / il vigor, la sanità», «uscendo dall’orto con alcune pere che va a deporre sulla mensa», mentre Ninetta arriva con le fragole: «Un intero panierin n’ho ricolmo. Eccole». Poi tutti a tavola, in questo clima di bucolico idillio. E qui, eccezionalmente, si ha un’indicazione gastronomica sia pur generica, se la didascalia dice di Lucia: «distribuisce la minestra», in paternalistica operazione. Tutti felici, anche se lo zio è «sempre trafitto dalla sua gotta». Quindi il dramma delle posate e il lieto fine che condanna la gazza. Però, mi resta il dubbio, di che minestra si trattava? Il gran gourmet non ce lo dice, così come non ci rivela mai i suoi gusti e i suoi segreti culinari, almeno nelle opere liriche.

 

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