Matteo e i fagioli di Paganica. Come dai campi è rinata la vita dopo il terremoto

Stiamo ripercorrendo insieme i trent’anni di Slow Food in Italia, attraverso il ricordo di chi ha fatto la storia dell’associazione. Voci storiche e voci nuove si intrecciano per raccontarci com’è cambiata Slow Food e come cambierà in futuro: questa è una bella storia di rinascita. La rinascita di un territorio dopo decenni di abbandono e di un giovane agricoltore a cui il terremoto aveva portato via tutto. Questa è la storia di Matteo Griguoli e del Presidio dei fagioli di Paganica.

 

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Matteo Griguoli del Presidio Slow Food dei fagioli di Paganica

Svegliarsi una notte e accorgersi di non avere più nulla. La casa sbriciolata, gli oggetti e i ricordi materiali che svaniscono in un istante, gli angoli familiari del proprio paese ridotti a un groviglio indistinguibile di macerie. È già successo molte volte prima del 24 agosto scorso. Matteo Griguoli oggi ha trentadue anni e fa l’agricoltore e l’allevatore. Ne aveva appena venticinque quando il terremoto del 6 aprile 2009 ha cancellato in pochi istanti Paganica, la frazione de L’Aquila dove è nato e cresciuto: «Ho perso tutto, la casa e il punto vendita in paese. Mi è rimasta solo la stalla in legno dove tenevo gli animali».

Poco, pochissimo, però qualcosa da cui ripartire. Per Matteo è stato un filo a cui legare una nuova vita là dove si era interrotta la vecchia: «Tutti i miei nonni erano agricoltori, stando con loro ho imparato a vivere la campagna anche se i miei genitori ormai l’avevano lasciata. Dopo la morte di mio nonno materno ci è rimasta una piccola azienda agricola, che ho iniziato ad accudire insieme a mio cugino verso i tredici, quattordici anni».

All’allevamento affianca un po’ alla volta le coltivazioni agricole tipiche del luogo: gli ortaggi, la patata turchesa, il grano, il granturco e il farro. Ma anche lo zafferano d.o.p., che a Paganica fa concorrenza a quello più celebre della piana di Navelli. E soprattutto i fagioli, un patrimonio per generazioni di paganichesi.

fagioli_paganicaFino agli anni Cinquanta i legumi non sono solo “la carne dei poveri”, ma la fonte di reddito più importante per i contadini aquilani, che ne coltivano molte varietà. Il boom economico, però, dirotta buona parte della popolazione verso gli uffici del capoluogo. Abbandono dei campi e perdita dei vecchi mestieri si saldano agli errori di programmazione della politica. Si punta alla costruzione di veri nuclei industriali attraverso una serie di espropri di terreni fertili, tanto più preziosi in una conca di montagna stretta tra le rocce del Gran Sasso e frazionata in tanti piccoli appezzamenti.

Spuntano i capannoni, ma il lavoro non arriva. Intanto prosegue l’espansione edilizia, non troppo oculata se il sisma colpirà a fondo anche la nuova area residenziale di Paganica. Infine, il capitolo degli errori nella ricostruzione post-terremoto. Determinati dagli interessi locali più che dalla politica nazionale, suggerisce Matteo: «La Protezione Civile aveva individuato per la costruzione della “new town” un’area sulla roccia, a ridosso dell’abitato, che non avrebbe avuto un grosso impatto ambientale. Per scelta politica, tuttavia, si è preferito puntare su un’area pianeggiante, intaccando appezzamenti agricoli di prima classe». Così sono spariti altri trenta ettari di terreni, senza calcolare la viabilità e le altre infrastrutture.

griguoli_fagioliTra l’economia depressa e le difficoltà a lasciarsi alle spalle il passato, la salvezza per qualcuno è arrivata dalla terra, spesso proprio quella dei nonni: «Nell’Aquilano l’unica attività che non sembra risentire troppo della crisi è l’agricoltura, per quelli che hanno saputo creare realtà d’eccellenza e oggi raccolgono i benefici di una buona programmazione».

Oggi sono cinque le aziende riunite nell’associazione Fagioli di Paganica. Insieme a Matteo, il primo a scommettere sulle due varietà di fagioli superstiti (il fagiolo bianco e quello “ad olio”), ci sono i giovani delle ultime famiglie rimaste a coltivarli: «Fino al 2000 erano perlopiù anziani, che non ne producevano quantità superiori ai 5 o 6 quintali all’anno. Oggi ognuno di noi vende in media 20 quintali e la richiesta eccede di parecchio l’offerta». Non solo in Abruzzo, dove la qualità del legume è conosciuta. Arrivano ordinazioni ormai da tutta Italia e dall’estero, perfino dal Brasile.

Nell’ultima edizione del Salone del Gusto e Terra Madre, due anni fa, è stato presentato il nuovo Presidio Slow Food dei fagioli di Paganica. Riunisce anche i territori delle frazioni di Onna, Tempera, san Gregorio e Bazzano, i borghi più devastati dal terremoto del 2009, ed è il compimento di un lavoro decennale portato avanti con il sostegno del Parco del Gran Sasso.

Quella dei fagioli è una coltura piuttosto laboriosa. Richiede molta manodopera e un’irrigazione frequente, che i contadini si assicurano sfruttando ancora oggi un sistema idraulico a scorrimento risalente all’epoca romana. Tra fine aprile e inizio maggio avviene la semina, seguita dalla sarchiatura per eliminare le erbacce e dalla rincalzatura. Dieci giorni dopo la sarchiatura si tirano su le “capanne”: sostegni realizzati con quattro pali di salice, piantati nei solchi e legati insieme. Il legno per i pali viene lavorato in inverno, proprio come si faceva in passato, unendo al lavoro agricolo la cura per il territorio.

Anche la raccolta avviene a mano, seguendo i metodi tradizionali e facendo attenzione a lasciare sul posto le radici, ricche di azoto e utili come concime naturale. In ottobre le piante mature vengono tagliate e stese al sole per un paio di giorni, quindi battute con le forche per separare i baccelli. Bucce e piante sono immagazzinate per l’alimentazione delle pecore, mentre i fagioli, dopo una seconda essiccazione al sole, vengono “capati”, cioè selezionati uno per uno proprio come si deve fare, nello stesso periodo, con i fiori di zafferano.

nutrirelaquila__nIl lavoro attorno al Presidio ha portato Matteo e gli altri giovani ad avvicinarsi sempre di più alla filosofia di Slow Food. La Condotta aquilana, dispersa dopo il terremoto, si è ricostituita tre anni più tardi grazie all’entusiasmo di questi ragazzi: «Abbiamo costruito un bel gruppo, attivo e motivato» spiega il responsabile del Presidio.

Sintomo dell’interesse crescente che si riscontra in città è l’apertura del nuovo Mercato Contadino, inaugurato lo scorso aprile in occasione dello Slow Food Day. Fino al sisma del 2009, i contadini della provincia hanno avuto uno storico riferimento nel mercato di piazza Duomo: c’era addirittura uno spazio riservato a loro, noto ai locali come “la fila delle femmine” poiché ad occuparsi delle vendite erano soprattutto le donne di famiglia.

Il Mercato Contadino punta a restituire a coltivatori e consumatori uno spazio di incontro nel centro della città. Oggi conta già una sessantina di produttori, liberi di dedicarsi alla vendita secondo le loro tempistiche e di gestire il ricavato senza intermediari.

Alcuni di loro, tra cui Matteo Griguoli, saranno a Torino dal 22 al 26 settembre per Terra Madre Salone del Gusto, in rappresentanza di tanti nuovi Presìdi aquilani. È una testimonianza della rinascita del territorio che va avanti anche se la ricostruzione fuori dal centro storico è in ritardo a causa della burocrazia e in molte frazioni, compresa Paganica, non è nemmeno incominciata: insieme ai suoi familiari, Matteo vive tuttora in uno dei moduli prefabbricati del progetto C.A.S.E. e ha calcolato che per riavere la sua abitazione e il punto vendita in paese potrebbero volerci dai cinque ai vent’anni di tempo.

Niente però sembra scoraggiarlo, perché il peggio se lo è lasciato alle spalle: «Oggi non mi interessa più quello che ho perso. So che sono vivo ed è ciò che mi fa andare avanti». Amatrice dista da Paganica appena una trentina di chilometri in linea d’aria. Laggiù le macerie sono ancora in strada e la ricostruzione si prospetta almeno altrettanto lunga, ma i ragazzi abruzzesi hanno tracciato un solco che forse anche i loro coetanei potranno percorrere: «A un giovane di Amatrice, adesso, direi soltanto questo: se siete vivi c’è un motivo. Rimboccatevi le maniche e “cacciate la rabbia” per dare un futuro alla vostra terra».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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