L’uso delle dieci dita

Ristabilire un rapporto “sano” con il tempo, per il padre della decrescita Serge Latouche, significa semplicemente riapprendere ad abitare il mondo. E, dunque, liberarsi della dipendenza da lavoro per ritrovare la lentezza, riscoprire i sapori della vita legati al territorio, alla prossimità e al prossimo. Latouche è uno dei grandi ospiti di Terra Madre Salone del Gusto, a Torino dal 22 al 26 settembre, nell’incontro Un nuovo mondo è possibile, anzi necessario. Dai un’occhiata al programma dei dialoghi al Teatro Carignano e dei Forum di Terra Madre, e prenota subito i tuoi eventi.

 

La chiocciola ci impartisce ben due lezioni di saggezza. La prima, che balza agli occhi, è quella della necessaria lentezza e proprio per questo la chiocciola è diventata l’emblema di Slow Food. Ma c’è poi una seconda lezione, più importante: quella della necessità per tutti gli organismi viventi (comprese le società umane) di porsi dei limiti, e per questo la chiocciola è diventata l’emblema della decrescita. Il divorzio della chiocciola, dopo la costruzione del quarto alveolo della sua conchiglia, dalla ragione geometrica che aveva – proprio come la società moderna – sposato per un po’, ci mostra la via per concepire una società della decrescita il più possibile serena e conviviale, attribuendo una diversa portata alla riabilitazione della lentezza.

 

Consumare svaghi

granoLa compressione del tempo è un aspetto essenziale della distruzione del mondo ingenerata dal produttivismo della società della crescita. È stato a giusto titolo notato come l’invenzione dell’orologio in Occidente, nel cuore del Medioevo, rappresenti il punto di partenza dell’artificializzazione del mondo e dunque della sua desacralizzazione. Questo strumento che sottopone a indagine il reale inaugura la rivoluzione dei tempi moderni. Divenendo meccanico e reversibile, il tempo comincia a perdere la sua “concretezza”. Il reale non è più legato ai cicli solari e lunari, ai ritmi delle stagioni e delle messi, degli avventi e degli eventi. I riferimenti del vissuto non sono più dati dalle occorrenze (la semina, la mietitura, la raccolta, la potatura degli alberi da frutto) e neppure scanditi dalle feste religiose o profane, ma da un meccanismo astratto. Il tempo diventa una grandezza omogenea che non ha più legami con il vissuto, anch’esso trasformato, e in misura sempre maggiore, in un pastone privo di consistenza.

Da quel momento, tutte le attività si fanno indistintamente “lavoro” e tutti i valori “denaro”. Il lavoro, il tempo, il denaro sono una medesima sostanza monetizzabile sulla quale il mercante può speculare. Vengono aboliti i giorni feriali, viene introdotto il lavoro di domenica, quello di notte e, certo, anche il lavoro delle donne e dei bambini. Contato e scontato, il tempo diventa l’oggetto centrale dell’economia. Si deve produrre sempre di più in un lasso di tempo stabilito. Occorre accelerare i ritmi della vita e accorciare le durate (anche la durata di vita degli oggetti).

Fuorviata dalla religione della crescita, la modernità non può fare altro che adattarsi alla velocità, sinonimo di autorità, audacia, progresso, performance, capacità, controllo del tempo e dello spazio. La macchina economica planetaria, procedendo a velocità infernale, alimenta un processo irreversibile nel cui ambito si integrano solo quanti siano in grado di sostenerne il ritmo forsennato. L’economia del tempo ne determina anche la sua “economicizzazione”. A furia di economizzare il tempo contabilizzandolo fino al nanosecondo per approfittarne appieno – nel senso di trarne profitto – lo si è letteralmente perduto. Perduto per averne voluto guadagnare troppo. La rarefazione del tempo del vivere è rigorosamente proporzionale all’allungamento della durata della nostra vita, ridotta così a una «sopravvivenza aumentata», secondo l’espressione di Guy Debord.

Che poi il tutto si traduca in accumulo sfrenato di occupazioni, ovvero di consumo di svaghi, l’assunto non cambia. La vita altro non è che consumo: consumo di tempo, di lavoro, di denaro. E dato che l’uomo contemporaneo non vive più “dentro il tempo”, il tempo libero è diventato un non senso, qualcosa di insopportabile. Il presente si dissolve in un’eternità virtuale.

Certo, in media noi viviamo più a lungo, ma senza avere mai avuto il tempo di vivere. Abbiamo perduto il contatto con il nostro sostrato originario. L’organico, il vegetale, l’animale sono massicciamente sostituiti dal meccanico, dall’elettronico, dal numerico e dal robotico.

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Sobrietà consapevole

L’agricoltura produttivista, per esempio, orientata esclusivamente alla rendita, favorisce la monocoltura, le manipolazioni genetiche e la brevettabilità del vivente a vantaggio degli interessi dei grandi gruppi del settore agroalimentare. Risultato: i tre terzi circa della diversità genetica delle colture agricole sono, secondo la Fao, andate perdute nel corso del secolo passato. La sesta crisi di estinzione delle specie, dovuta all’eccessivo sfruttamento degli ambienti naturali, all’inquinamento, al frazionamento degli ecosistemi, all’invasione di nuove specie predatrici e al cambiamento del clima, è in corso. Essendo il momento del collasso pericolosamente vicino, è dunque giunto il tempo della decrescita! La società di sobrietà consapevole che nascerà nella sua scia presupporrà un diverso rapporto con il tempo.

Ristabilire un rapporto “sano” con il tempo significa semplicemente riapprendere ad abitare il mondo. E, dunque, liberarsi della dipendenza da lavoro per ritrovare la lentezza, riscoprire i sapori della vita legati al territorio, alla prossimità e al prossimo. Non sarebbe così assurdo riconciliarsi con la flânerie celebrata da Baudelaire e avversata da Taylor. La scomparsa dei tempi morti equivale, in effetti, alla morte del tempo. Oggi non si tratta tanto del ritorno a un passato mitico, quanto dell’invenzione di una tradizione rinnovata. La riconquista del tempo libero è una condizione necessaria alla decolonizzazione dell’immaginario. Meglio promuovere l’otium, lo svago del popolo piuttosto che l’oppio dei mass media.

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Che l’umanità diventi gastronoma

L’uscita dal sistema produttivista e lavorista attuale presuppone la sostituzione di un’agricoltura industriale con un’agricoltura contadina, molto più ricca in posti di lavoro e molto più orientata ai mercati di prossimità. Le Amap (Associations pour le maintien de l’agriculture paysanne, associazioni per la salvaguardia dell’agricoltura contadina) rendono possibile il radicamento, nelle zone periurbane, di un’agricoltura di prossimità, solidale, l’insediamento di giovani agricoltori sfuggiti alle tentazioni dell’industria agroalimentare e, di conseguenza, la conservazione e perfino la riconquista del lavoro nel settore agricolo.

La parola d’ordine dell’associazione dei consumatori italiani legati a Slow Food, “chilometro zero”, è giudiziosa. Effettivamente, occorre tendere a consumi che non comportino trasporto, con zero emissioni di gas a effetto serra, zero rifiuti e, infine, zero stress. L’autoproduzione rappresenta anche un mezzo per ridurre i costi ecologici di trasporto, per limitare gli imballaggi e facilitare il riciclo.

Ovviamente, ciò presuppone che noi impariamo a essere autonomi, che recuperiamo l’uso delle nostre dieci dita. Siamo diventati incapaci di concepire e preparare quotidianamente un semplice pasto, di fare dolci modesti per i nostri bambini, di riparare un elettrodomestico, di arredare liberamente lo spazio in cui viviamo, di isolare convenientemente la nostra casa, di lavorare ai ferri una maglia di lana o una sciarpa, di fare crescere un ortaggio o un frutto. Molti atti della quotidianità sono diventati appannaggio di professionisti, di mercanti che sanno bene come farsi pagare il costo dei loro servigi. Noi non consumiamo più ciò che produciamo e non produciamo più ciò che consumiamo.

Il movimento Slow Food mira precisamente a contrapporsi alla velocità ossessiva e alla ristorazione rapida, reagendo alla cocacolizzazione e alla macdonaldizzazione planetarie. Si deve dunque reagire ai fast food fondati sulla formula concepita da Yves Cochet: «Produttori mal pagati + energia a basso costo + basso costo di trasporto + lavoro di trasformazione eseguito da proletari stranieri + impatti negativi sull’ambiente e sulla salute non contabilizzati = alimentazione “moderna” a buon mercato per consumatori occidentali frettolosi1». Nel mondo intero, più di 100 000 produttori –contadini, artigiani, pescatori – hanno già aderito al movimento Slow Food e lottano contro la standardizzazione del cibo e per ritrovare il gusto e i sapori2 . Può sorprendere che dei sostenitori della decrescita si occupino di gastronomia, e tuttavia «mangiare è un atto agricolo3» e dunque un atto politico. Interrogarsi sul contenuto del piatto rivela una legittima inclinazione per i piaceri del gusto, dato che la gastronomia pervade la totalità della vita sociale. Un gastronomo che non fosse ecologista sarebbe un imbecille, ma un ecologista che non fosse gastronomo sarebbe un triste individuo, ama ripetere Carlo Petrini. «Avremo delle buone derrate alimentari quando tutti i consumatori, ricchi o poveri, saranno consapevoli ed esigenti riguardo alla qualità» diceva già il socialista Charles Fourier, antesignano della decrescita⁴. «È necessario che l’umanità» aggiungeva, «diventi gastronoma prima di diventare agronoma».

Si tratta, in altri termini, di favorire l’autogoverno per la difesa dei beni comuni riconciliandosi con l’idea di “villaggio urbano” e con la via tracciata dal movimento delle Città Slow⁵, propaggine di Slow Food. Si possono anche menzionare il movimento delle Città di transizione (transition town), in Irlanda e in Inghilterra⁶, l’esperienza di Corens, un paesino francese del Var dove tutti i vignaioli hanno deciso di optare per l’agricoltura biologica, o quele di Mouans Sartoux⁷ o di Barjac⁸. Riguardo a quest’ultimo esempio, l’introduzione di prodotti biologici nelle mense scolastiche, decisa da un sindaco coraggioso e creativo, può per emulazione indurre cambiamenti profondi nella vita di una intera comunità. Tutte queste esperienze costituiscono altrettanti laboratori per un’alternativa e fanno parte di quei “monasteri del terzo millennio” che preparano la civiltà di domani o che, in caso di catastrofe globale, preservano un minimo di civiltà per la ricostruzione di dopodomani.

Quella della decrescita non è, comunque, una prospettiva triste. Le società che auto-limitano le proprie capacità di produzione sanno anche essere società gioiose.

 

Note.

  1. Petrole Apocalypse, Fayard¸ Parigi, 2005, p. 66.
  2. Carlo Petrini, “Militants de la gastronomie”, Monde Diplomatique, luglio 2006.
  3. Ibidem.
  4. Charles Fourier, La fausse industrie morcelée répugnante et mensongère et l’antidote, l’industrie naturelle, combinée, attrayante, véridique donnant quadruple produit, Parigi, 1835-1836, VIII, vol. 1, p. 38.
  5. Si tratta di una rete mondiale di città di media grandezza, costituitasi sulla scia del movimento Slow Food, che limitano la propria crescita demografica a 60 000 abitanti. Superata tale dimensione sarebbe infatti impossibile parlare di “locale” e di “lentezza”.
  6. Tale movimento basato sulla ricerca della resilienza è forse la modalità di costruzione dal basso che più si avvicina a una società della decrescita.
  7. La cittadina ha optato, sotto l’impulso del sindaco, per la riapertura della stazione ferroviaria, la creazione di piste ciclabili, la moltiplicazione delle aziende statali autonome per i beni comuni, il mantenimento dei piccoli negozi e dei contadini locali. La popolazione è coinvolta nell’organizzazione di un festival annuale del libro.
  8. Il paese delle Cévennes, nel Sud della Francia, è diventato celebre grazie al film-documentario di Jean-Paul Jaud Nos Enfants Nous Accuserons (“I nostri figli ci accuseranno”, 2008), sull’utilizzo dei pesticidi e sulle conseguenze per la salute e il pianeta.

 

tratto da Slow, num 43 (dic 2009)

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