Lupi travestiti da agnelli: super sequestro della Guardia di finanza

Nessuna tregua dal fronte delle frodi alimentari: dovremo continuare a fissare il contenuto del nostro piatto sperando che sia vero quanto dichiarato in etichetta. Per chi ancora non lo sapesse la Guardia di Finanza e l’Ispettorato antifrode del ministero dell’Agricoltura hanno sequestrato 1500 tonnellate di mais, grano, soia e lino – destinate prevalentemente all’allevamento zootecnico con gravi conseguenze sulla catena alimentare – etichettati come biologici e invece ottenuti da sementi geneticamente modificate e zeppi di anticrittogamici, addirittura oltre cinque volte il consentito. Oltre il danno la beffa.
L’operazione è stata denominata Green War, guerra verde, forse a sottolineare la battaglia aperta e la necessità che gli organismi preposti al controllo tengano occhi e orecchie ben aperti. Se da un lato il super sequestro ci rincuora per lo scampato pericolo (fino al prossimo), dall’altro non ci rasserena.

Non possiamo più fidarci dunque?
I nostri consigli li conoscete bene: scoprite il vostro territorio e rivolgetevi a produzioni locali, sarà più facile verificare l’origine dei prodotti. E oggi avete tante scelte e poche scuse: Gruppi di acquisto solidale, mercati contadini, orti solidali, Community Supported Agricolture, il web a darci una mano. Basta poco, guardatevi intorno. Il massimo sarebbe conoscere direttamente chi produce il cibo che vi portate in tavola, visitarne il podere, instaurare quel rapporto personale che in questo momento pare l’unico in grado di darci fiducia.

Il sequestro ha riguardato prodotti provenienti dall’Ucraina dove le coltivazioni gm sono consentite, smistati a Malta e passati per enti compiacenti che hanno spacciato le false certificazioni. Ci sono 23 persone indagate per (nientemeno) «associazione a delinquere finalizzata alla frode commerciale» tra cui le società certificatrici, una a Fano e l’altra a Sassari. Si prevedono aggravanti se le perizie dimostreranno che la concentrazione di prodotti chimici è pericolosa per la salute. Complimenti dunque alla Gdf, ai funzionari del Ministero e alla Procura di Pesaro che coordina le indagini, ma la preoccupazione rimane.
Soprattutto proprio ora che il mercato del biologico non conosce crisi (anzi è aumentato del 7,3% nei primi mesi del 2013 mentre i consumi calano in tutti gli altri settori) e che cresce l’attenzione su ciò che mangiamo. Il problema sono ancora una volta le etichette, i controlli: l’Ue presume che bastino norme e organi di controllo nei Paesi di origine per fare entrare nella categoria “biologici” i prodotti importati e che quindi non vengono sottoposti a ulteriori verifiche. Ma nessuno ci assicura che nei Paesi extra Ue i controlli siano quelli che faremmo noi.

Che fare? Ce lo dice il nostro Carlo Petrini intervistato oggi da La Stampa: «Ricordiamo che il passaggio dal convenzionale al biologico ha bisogno dei suoi tempi: dobbiamo lasciare lo spazio ai produttori onesti di rigenerarsi in maniera virtuosa, se forziamo la mano rischiamo questi scandali». E allora, occhi aperti rivolti al territorio e via al cambiamento, anche se slow.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte:
La Stampa
reuters Italia
 

In foto: Antiche varietà di grano di Lansarin e Gaffaya della Tunisia, Presìdio Slow Food

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