Lunga vita alla pizza, democratica e popolare

La foto è di Davide Gallizio

Oggi è la Giornata Mondiale della Pizza, abbiamo la scusa – se mai fosse necessaria – per mangiarne a volontà! Ne approfittiamo anche per un breve racconto tratto da Pizza, Una grande trazione italiana, di Slow Food Editore

La data precisa in cui fu aperta la prima pizzeria a Napoli non è nota, così come non si conosce la data in cui compare il primo pizzaiuolo. Ma sappiamo che già alla fine del1700 il fenomeno era assai diffuso. All’epoca momento la pizza rappresentava il pronto soccorso dello stomaco: colazione, pranzo e cena in[1] dose unica per saziare la fame del popolo napoletano fornito di stomaco forte e poca moneta[2].

Ma in realtà l’arte della pizza è antichissima: negli scavi di Pompei e in quelli dell’antica Neapolis, la Napoli del V secolo a. C., sono stati trovati forni che hanno la forma esatta di quelli che ancora oggi sono costruiti dai maestri fornai partenopei seguendo una tecnica ritenuta indispensabile per ottenere uno strumento in grado di cuocere la pizza napoletana tradizionale. Oggi è diventato il cibo glocal per antonomasia così integrato nelle diverse culture alimentari che ciascuno lo ritiene autoctono. Tanto che una una dottoranda della Columbia University ha dovuto chiedere a un noto linguista italiano se esistesse un vocabolo italiano per tradurre la parola pizza, che per lei era senza alcun dubbio americana.

La foto è di Davide Gallizio

 

Ultimo aneddoto che vogliamo regalarvi è una storia che ci piace molto. L’antica usanza napoletana di consumare un espresso e pagarne due, lasciando il secondo a disposizione di sconosciuti meno fortunati, adesso fa il suo ingresso in pizzeria.

L’idea è stata di un think thank del gusto composto da Antonio e Ciro Oliva, pizzaioli del popolarissimo rione Sanità, dalla food editor Monica Piscitelli, e da Antonio Puzzi, punta di diamante di Slow Food nel Mezzogiorno. Una pizza non si nega a nessuno. Tantomeno a chi non ha la possibilità di comprarsi da mangiare. È questa la filosofia dell’iniziativa che fa di questo cibo di strada un sinonimo universale di solidarietà. Soprattutto da quando il “sospeso” è uscito dai vicoli partenopei e si è globalizzato. Grazie anche al tam tam della rete che ha moltiplicato gli spazi e accelerato i tempi della generosità. A riprova del fatto che per far fronte alla crisi c’è bisogno innanzitutto di nuove idee, in grado di tenere insieme il profitto e la solidarietà[3].

Lunga vita alla pizza dunque, esempio assoluto di gastronomia democratica.

 

Tratto da Pizza, Una grande trazione italiana, Slow Food Editore, Bra 2016

[1] Antonio e Donatella Mattozzi «Pizze, pizzerie e pizzaiuoli a Napoli tra Sette e Ottocento»

[2] Antonio Mattozzi, «Una storia napoletana» Slow Food Editore, Bra 2009, p. 39

[3] Marino Niola, «Come si dice pizza»

 

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