L’orto che educa, l’orto che salva

L’orto che era orto-giardino, simbolo del Paradiso perduto. L’orto che era “dei semplici” e curava la salute, sosteneva la scienza. L’orto che era sempre in fiore, perché produceva tutto l’anno domando le bizze delle stagioni. L’orto attraversa la storia dell’umanità con diversi usi, simbologie, funzioni; dall’Egitto antico, passando per la Mesopotamia fino al Medioevo, e poi oltre. L’orto dei nostri nonni contadini, che gli offriva di che sostentarsi e inconsapevolmente ha permesso di preservare varietà locali di frutta e di verdura. «Coltivare orti di civiltà», mi ha detto una volta Ermanno Olmi, parlando del ritorno alla terra dei giovani. Ecco, oggi l’orto ha nuovi significati, simbolici ma anche pratici. L’orto educa, nelle scuole o anche fuori. A partire dall’idea dell’edible schoolyard di Alice Waters nelle periferie di San Francisco, fino ai 480 Orti in condotta che Slow Food Italia ha realizzato nelle scuole del nostro Paese. Questo forse è uno dei più grandi progetti educativi nazionali mai realizzati per l’alimentazione dei nostri ragazzi. L’orto nelle scuole sincronizza i bambini con i ritmi della natura, li rende edotti sui prodotti che può esprimere il loro territorio, con il suo clima e le sue varietà autoctone. Insegna loro a coltivare ma anche a raccogliere, con rispetto, consci di un limite naturale che andrebbe sempre rispettato: questa è sostenibilità. E poi insegna loro a mangiare i prodotti, quando è il momento giusto, e che caratteristiche devono avere, come si cucinano, magari secondo tradizione.

Molti orti scolastici sono in città, ed ecco che l’orto urbano diventa simbolo di resistenza civile all’avanzare del cemento e dei malcostumi alimentari. Utilizza spazi altrimenti morti, fornisce cibo di prossimità anche laddove sarebbe impensabile, stringe a sé le comunità che lo curano: un quartiere, un gruppo di giovani o di anziani, un condominio, una strada, una famiglia. Il suo non muoversi a volte ne fa simbolo di libertà, come fu a piazza Taksim nel Gezi Park di Istanbul nel giugno 2013, quando la polizia sgomberò e distrusse quello spazio, che venne presto ricostruito. Ma è anche agile, e quelli che fanno guerrilla gardening lo dimostrano, piantando del verde quasi ovunque tra il grigiore urbano.

L’orto in città è anche un fattore di sicurezza alimentare, fornisce cibo fresco e buono: contrasta ad esempio i food deserts che ci sono in molte metropoli statunitensi; a New York in periferie più degradate non si trova cibo fresco per chilometri. Un orto salva. Salva dalla fame e malnutrizione nelle favelas brasiliane e salva in Africa, dove un progetto di Slow Food, che mira a realizzare 10.000 orti nel continente (dopo averne istituiti già 1.000 in 25 Stati), si sta dimostrando anche uno degli strumenti migliori per il riscatto dei giovani, che attraverso orti scolastici, comunitari e famigliari stanno unendosi in una rete che formerà la futura classe dirigente dei loro Paesi, vista la capacità di aggregare, fare microeconomia, nutrire, dare prospettiva e speranza. Quante cose può fare un orto, anche sul balcone di casa. Vedere un bimbo che pianta un seme per la prima volta e ne segue la crescita, fino a mangiare cosa produce, è qualcosa che – anche se i detrattori sostengono non sfamerà il mondo – non ha pari per valore educativo e forma nuovi uomini e donne, è scuola di civiltà, ci insegna a stare al mondo un po’ meglio. «Orti di civiltà» dicevamo, dove crescere non soltanto frutta e verdura, ma un nuovo umanesimo che non ha nulla di poetico o di utopistico, diventa concreto sotto i nostri denti, potente per i semi, veri o metaforici, che sa rigenerare.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it 

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